martedì 1 novembre 2016

Smarginatura: la violenza di genere ed Elena Ferrante

Non parlerò della mia personale posizione rispetto al primo libro della Ferrante, delle sensazioni contrastanti che mi ha lasciato leggendolo, del mio personale rapporto con relazioni amicali femminili ambigue, come quella tra le due protagoniste. Vorrei invece sottolineare quello che sta attorno a questa relazione, non propriamente sana ed equilibrata, forse un'espressione metaforica della lotta tra opposti che si dipana nelle pagine urlate della Ferrante, in altre parole la violenza di genere. Si dirà: certo, questa violenza è storicamente e culturalmente situata nella Napoli del secondo dopoguerra, nelle sue borgate che si tingono di toni ferini. Una delle due protagoniste accusa in special modo quest'essenza animalesca sperimentando un fenomeno che lei definisce di "smarginatura", quando cioè le cose e le persone non sono più separate, ma si confondono, estraniandola e alienandola. Ecco che il suo amatissimo fratello diventa un mostro ricavato dalla somma di organi dotati di vita propria: bocca, occhi, orecchie, mani. Ecco che un padre di famiglia confonde la propria figlia con un oggetto vecchio, passato a miglior vita e, quindi, passabile di essere gettato fuori dalla finestra, secondo una tradizione popolare legata all'anno nuovo. 
La vita, specie quella femminile, è, letteralmente, poca cosa, in pasto ad un padre padrone, che sia il proprio padre di famiglia o il padrino camorrista che gestisce le sorti del rione. Una violenza generale, cacofonica, che si trasferisce alle cose: piatti spaccati in un accesso d'ira, bottiglie esplose attraverso un dolore e una rabbia inespresse a parole ma trasmesse per osmosi all'ambiente circostante. Un circolo vizioso di tossicità: l'ambiente alimenta odio e viene nutrito da quello stesso odio. Soprattutto, un'apparenza di libertà che consiste nell'abbracciare una prigione più larga, più areata, che sia lo studio competitivo e privo di piacere, o un amore di convenienza. Quello però che dovrebbe far riflettere è che questa violenza circoscritta spazialmente e temporalmente è parte di una violenza di fondo, strutturale e trasversale.
Quest'ossessivo confronto con le altre, con i loro corpi, con i loro successi, non è esso stesso un prodotto di quella violenza di genere? Talmente e perfettamente instillata da fare di sé stessi il proprio carnefice? Quante Lanù e Lela ci sono oggi, in Italia e altrove? Un blog femminista, Al di là del buco Abbatto i muri, definisce questa tipologia di violenza come slut shaming, dove il confine tra vittima e carnefice è molto labilerei però anche ad altre tipologie d'odio, come l'odio di sé stessi degli ebrei assimilati, dove l'antisemitismo è talmente radicato che diventa parte dell'identità ebraica, appunto. Quel monito, della maestra e della migliore amica, così come dei genitori, di essere la migliore, la più brava a scuola, in un percorso di ascesi culturale, non risuona in ciascuna donna, giovane o vecchia, di qualsiasi credo politico o religioso, di qualsiasi strato sociale? L'idea che bisogna sempre dimostrare di essere "più di tutti" per potersi conquistare un proprio ruolo all'interno della società, perché chi fa parte del sesso forte non ha bisogno di queste lotte contro sé stesse?
L'Italia continua a detenere il triste primato europeo della violenza sulle donne, e campagne politiche come quella del Fertility Day, rendono la lettura della Ferrante, per quanto disturbante (almeno per me), necessaria, specie per quelle donne, ragazze, bambine, che non hanno un’idea chiara di cosa sia il femminismo.

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