domenica 29 novembre 2015

Igiaba Scego, Adua





Una lettura molto densa. Di contenuti, immagini, emozioni. Città del Corno d'Africa raccontate per sinestesie, metafore odorose e carnali, che si vorrebbe aspirare, gustare. Come lo shai addes (trovate qui la ricetta), il té aromatizzato al cardamomo, chiodi di garofano e cannella. È difficile pensare, noi italiani, al fatto che per Mogadiscio, Addis Abeba, Asmara l'Italia rappresentava schiavitù, razzismo, potere, colonizzatrice senza scrupoli. 

Pensare che noi eravamo lo zar che riuniva Somalia, Etiopia, Eritrea un unico grande 

impero, che c'erano giovani pronti ad infiammarsi per una Maria Uva, una marianna italica in carne ed ossa. 
Che  

l'adagio "italiani brava gente" è quantomai falso. È falso per l'antisemitismo, è a maggior 

ragione falso se si pensa che queste colonie esistevano già ben primo dell'avvento del 

fascismo. Una storia che i libri di storia non trattano, o solo in quanto libri di nicchia, per 

addetti ai lavori. Io non ho mai studiato a scuola i crimini di guerra dei quali si sono 

macchiati gli italiani in quelle terre. Leggere Adua è, quindi, prima di tutto una scoperta di 

un universo. Una scoperta che è anche quella dei personaggi, Zoppe che, bambino, incontra 

per la prima volta un bianco, dalle gote rosse come melograno, i capelli di fieno. Lo stupore 

di una bambina ebrea, nera tra i bianchi del tempo (cominciano le leggi razziali, diventano 

operative), nel vedere un "uomo marrone" e di invitarlo a pranzo da mamma e papà. 

Chiedergli se è sempre stato marrone anche da piccolo. Un pre-esperienziale, un età 

precedente a quella del razzismo, quella dell'infanzia di Zoppe. Un'età in cui il padre si 

affidava alla saggezza del griole, una pasta narrativa nella quale si immerge anche Scego. 

Leggendo i doni portati dalle tre mogli del padre di Zoppe per guarire quest'ultimo dalla sua

malattia reumatica, mi è venuta in mente una fiaba senegalese che avevo letto da piccola, 

dove le varie mogli di un uomo si trasformavano, quando lui non c'era, in galline, tutte con 

pappe strepitose da offrire ai loro bambini-pulcini. Una realtà alla quale Zoppe, purtroppo, 

rinuncia. Inizialmente consapevolmente. Vuole "fare i quattrini" per poter conquistare la 

donna dei suoi sogni. Arriva nella Roma colonialista pensando che le sue conoscenze 

linguistiche (tra cui anche l'arabo) possano divenire una risorsa monetizzabile. Non aveva 

però fatto conto con gli uomini. Uomini divorati da passioni meschine, uomini alla ricerca 

di 

immaginette erotiche delle donne di colore, l'idea di poter disporre di quei corpi neri come oggetti. Mai la parola gaal "infedele, straniero, bianco" è stata più appropriata per definirli. Zoppe vende quindi la sua "seconda anima", quella dei suoi antenati, al diavolo. Scego, nella postfazione, ci informa che suo nonno era un traduttore e che, perciò, voleva restituire la sofferenza provata da una persona che si fa tramite del nemico. Dopo essere divenuto un paggio tuttofare presso un conte romano, Zoppe ritorna nella sua natia Africa, facendo da traduttore per il conte e i capi villaggio intenzionati a vendere il proprio popolo in cambio di prestigio e ricchezze. In Zoppe cresce l'odio, in primis su sé stesso, odio che poi riverserà nella figlia Adua. Rinnega il suo amore, rinnega quel suo passato, mai narrato alla figlia, e cerca di insegnarle ad essere "donna rispettabile", passando dai duri rimproveri, alternati con il resto della narrazione, all'infibulazione. Forse proprio perché Zoppe, prima della sua avventura italiana, amava farsi vedere con il farfallino, con abiti di foggia europea. Sottrae Adua e Malika dal padre putativo nomade del deserto e le "civilizza" ai costumi propri di un uomo tornato alla fede islamica del padre, resa radicale dalla sua disillusione per l'Occidente.
Si vede, quindi, come il racconto di Adua si sdoppi in diverse pratiche di reificazione del suo corpo: dall'industria cinematografica di dubbio gusto che la mercifica facendola sentire sporca, alla violenza strutturale che sente su di sé in quanto colonizzata e in quanto figlia di una società patriarcale. Violenza che si perpetua in Titanic, giovane somalo arrivato in un barcone in Italia e sposatosi ad una vecchia Adua, ormai sfatta ma con i desideri mai avverati di quando era ragazza, nella Somali degli anni '70 e sognava l'Italia come il paese del grande amore. Il colonialismo si riproduce sotto nuove forme nell'Italia di oggi, persino nei gesti d'amore di Titanic, come le rose di corte per Adua, riproponendo un romanticismo confezionato all'"occidentale". L'Occidente diventa quindi una sorta di miraggio, con la quale intrattenere un senso di odio e di amore viscerale.
Interessante la scelta narrativa di far parlare Zoppe ed Adua a degli animali, siano reali, come nel caso del babbuino di Zoppe, o di materia inerte, come l'elefante di pietra che sostiene l'obelisco del Bernini nel caso di Adua. L'animalità permette di confidare i lati più scomodi della paternità. Non è un caso, per me, che Scego abbia messo una citazione presa da Stromae, Papaoutai. Sia Zoppe che Adua non sanno più dov'è il loro padre, la loro figura di riferimento, persa nell'anacronismo rispetto al desiderio di essere come gli italiani, nel caso di Zoppe, o nella doppia perdita sperimentata da Adua, prima con il suo padre putativo, poi con questo padre che vuole inseguire un ideale di rifiuto del suo passato con i colonialisti: «Ha un sapore agrodolce dire padre. La punta della lingua è ferita dai suoi aculei. [...] Mi fa sentire scomoda questa parola. È come se non avessi un appoggio. Come se delegassi a qualcuno la mia felicità. La parola padre mi terrorizza. Ma è l'unica che sappia farmi ancora respirare».

Riporto di seguito un estratto del libro di Scego, nel quale è molto chiara quest'ambiguità che i Somali avevano per l'Italia, anche dopo che le truppe si ritirarono nel 1960. Un universo in cui il cinema costruiva un immaginario dell'Occidente in intere generazioni. Una lettura impegnativa, quella di Adua, ma travolgente, che lascia un desiderio di saperne di più di questo passato coloniale italiano. Scego ci fornisce una bibliografia ragionata alla fine del libro, in qualche modo già anticipando i desideri del lettore. Un'autrice da non sottovalutare. E da scoprire quanto prima.

A Magalo c'era un piccolo cinema, lo avevano costruito i fascisti negli anni Trenta, un veicolo eccellente, secondo loro, di propaganda coloniale. Ce n'erano diversi, in Somalia. Il nostro era un cinema destinato alla popolazione locale. Era così malmesso, le poltrone rotte e una tettoia di lamiera come tetto, da far rimpiangere il cinema Hamar di Mogadiscio, con la sua austera struttura mussoliniana. Non aveva pretese il cinemino di Magalo, sobrio, schivo, quai nascosto. Il popolo lo amava, lo sentiva suo, come il pozzo nel cuore della città, il municipio, il mercato del bestiamo, la piazza degli orafi. Quando gli italiani se ne andarono, nel 1960, un magnate nato nel vecchio quartiere di Hafad, un tale di nome Idris Shangani, decise di restaurarlo. Idris Shangani era uno di quei somali che durante il colonialismo avevano fatto i soldi vendendo carne da destinare al fronte durante la guerra italiana contro l'Etiopia. Poi quando le Nazioni Uniti decretarono, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che proprio l'Italia con l'Afis ci avrebbe traghettato verso l'indipendenza, il signor Shangani divenne ancora più ricco.
«È un farabutto quello!» andava ripetendo mio padre durante ogni pranzo.
«È stato un collaborazionista, brutta razza.»
Pronunciava tremando questa parola, la voce rotta, spezzata. Un tremolio che prendeva tutto il corpo, e lo faceva di gelatina. Mio padre si agitava, sputava per terra, la bocca si riempiva di scongiuri e di improperi verso la figura che per lui incarnava il peccato più grande.
Ma queste sue esternazioni erano rare, perché mio padre del passato preferiva non parlarne.Sì, preferiva stare zitto.Certo, il signor Shangani era un farabutto, ma che fortuna avevamo avuto noi di Magalo ad averlo per concittadino! Senza i suoi soldi non avremmo mai saputo dell'esistenza di Ava Gardner o di Norma Jean. Il film in cartellone erano datati, ma a Magalo, che non aveva visto nulla fino a quel momento, quelle vecchie pellicole doppiate in un italiano da vocabolario erano manna dal cielo. A Magalo, grazie al grande schermo, le donne sognavano almeno un'ora al giorno. Si mettevano in coda dopo la preghiera del duhuur, e solo dopo aver rimpinzato di cibo i loro grassi mariti. Non riuscivano mai a vedere un film intero, non ne avevano il tempo. Nelle case c'era da rammendare, stirare, lavare, cucinare, dare il seno ai bambini, pulire il culo ai nonni. Andavano al cinemino giusto per acchiappare qualche fotogramma, qualche dettaglio fugace. In un quarto d'ora decidevano chi amare o detestare. A molte di loro bastavano cinque minuti, il tempo minimo per perdersi negli occhi blu di un Paul Newman di passaggio. Le vergini di Magalo invece erano per Gregory Peck. E tutte rimasero molto male quando lasciò andar via, senza quasi combattere, quel dolce petalo di Audrey Hepburn... E poi c'erano loro, gli indiani, i cowboy, gioia di ogni ragazzino. 
Mogadiscio

[...] Il cinemino di Magalo si chiamava il Faro, munar, come si dice in lingua somala.Di fatto tutto era munar, a Magalo. Tutto ricordava la grande impresa nel nostro avo Torobow, che aveva eretto con le sue sole forze quella torre, poi diventata il faro della nostra città. A Magalo, ovunque andavi, trovavi un bel faro ad aspettarti. C'era il night-club Munar, la drogheria Munar, la pasticceria italiana Munar, la piazza Munar.Il nostro faro era considerato, al pari di quello di Capo Guardafui, monumento storico della Somalia.A mio padre il faro, così com'era stato rimaneggiato negli anni Trenta, non piaceva.«Ci hanno sfregiato» commentava.Ma se poi gli chiedevi di aggiungere un commento a quella sua frase si negava come una verginella al primo bacio.Il dettaglio aggiunto, e tanto detestato da papà, era una lama. Era lei, l'onorata signora, a trasformare la torre arabeggiante di Toborow in un enorme, grandioso fascio littorio."Per perpetua gloria di Roma" era stato scritto sul basamento.E quel sottotitolo campeggiava anche nell'insegna colorata del cinemino. "Per perpetua gloria di Roma". A me, a furia di leggere quella scritta, era venuta una voglia pazzesca di quella Roma lontana, piena di dolce vita e cabaret.Il fascismo non lo capivo all'epoca.La memoria era già persa. E trovavi sempre qualche Idris Shangani felice di raccontarti che sotto gli italiani non si era vissuti così male. Di solito erano ex ascari e ex madame. Ma poteva uno scricciolo come me capire quelle sfumature? Un padrone vale l'altro, questo era il succo. Magalo poi non era Mogadiscio, la storia a Magalo ci passava di sbieco. Non c'era nessun Abdullahi Ciise, anima dell'indipendenza somala, a indottrinarci. A spiegare al popolino di Magalo che il valore della nostra terra eravamo noi, cittadini africani, artefici del nostro destino. Nessuno ci aveva mai raccontato che il colonialismo era il male. Anche chi conosceva la verità ha taciuto. Mio padre, per esempio, ha taciuto.Biascicava frasi, parole così vaghe che non spiegavano, non raccontavano. Ero una ragazzina, non pensavo alle faccende della politica.Io volevo essere come Norma Jean e basta. Del resto me ne fregavo. Volevo le luci, il trucco, i premi, i tappeti rossi, i baci appassionati.Volevo sognare, ballare, volare.Volevo scappare.L'Italia era ovunque nella mia vita.L'Italia erano i baci sulla bocca, la mano nella mano, l'abbraccio appassionato. L'Italia era la libertà. E io speravo tanto che potesse diventare il mio futuro. A Magalo, prima di Siad Barre, molti italiani risiedevano in città. Li vedevi passeggiare al tramonto nei loro abiti eleganti, per il corso principale. Le cravatte a posto e i gemelli ai polsini. Le donne spesso foggiavano cappellini deliziosi che trasformavano le loro figure minute in altere e bellissime Grace Kelly. Gli italiani aprivano ristoranti e gelaterie. E i più ricchi avevano piantagioni di banane appena fuori città. A scuola, tra noi ragazze, ci raccontavamo delle loro belle case e delle schiere di domestici ad accudirle. Li invidiavamo, lo ammetto. E più di una sognava di sposare un italiano, da grande. 

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