giovedì 6 agosto 2015

U, ubriacatura

Al diavolo tutti. Sì, dico proprio tutti, compresa quella signora impellicciata che mi guarda con disappunto, lì seduta nell'angolo, con le labbra atteggiate ad una smorfia compita, le braccia chiuse come un serramanico e appoggiate come tombe nere sul ventre ormai non più elastico e trabordante di cene altolocate. Il suo drink sa proprio di falsità, di ignavia. Che vada a farsi fottere, lei e il suo maritino più basso di lei, come se fosse il suo barbocino addormentato. Disprezzo l'umanità.
Ma più di tutti disprezzo me stessa, tutte le sante mattine che trascino il mio pigro posteriore davanti allo specchio, gli occhi e la bocca impastata. Quella stessa voce che mi tocca sempre sentire, uno squittio misto a stridio. Ogni tanto mi dico che è ora di finirla. Sorridere forzatamente, chiedere al cliente, che ha sempre ragione, che tipo di Mc menu preferisce, la società ordinata in base alla merda della quale preferisce ingozzarsi a pranzo e a cena, la stessa merda che poi refluisce noi sappiamo tutti dove. Oggi mi sono detta basta, basta alla friggitrice, basta alle mansioni sempre uguali a loro stesse, basta alle feste comandante, al dover dare sempre l'aria di essere felice.
Oggi ho deciso di affogarmi. Affogatemi e lasciatemi qui, voglio diventare leggera, perdere il mio luogo di appartenenza, sgonfiarmi a ruota libera come un palloncino.
La porta oggi gliel'ho sbattuta in faccia, e mi sono figurata la sua faccia, quella stessa faccia che sembrava amarmi anni e anni fa, andarsene in mille frantumi. Voglio bruciare nelle fiamme dell'inferno, per quanto mi importi la mia esistenza in questo momento. Faccio volentieri a cambio con quel barista baffuto là in fondo, di miserabili ne avrà visti a centinaia. Deve dare una grande sensazione di conforto avere metri di bancone tra le disgrazie umane. Le vedo già in fila: un uomo ripudiato dalle figlie, che non gli hanno saputo perdonare il suo desiderio di fare carriera, di farsi, come si suol dire, un nome; una casalinga che sogna l'avventura, dopo aver finto per quarant'anni i suoi orgasmi, sia fisici che emotivi, di rallegrarsi sempre per far sentire i figli e il marito grati delle loro esistenze, quando sinceramente il purè e il pollo arrosto potrebbero anche raggrumarsi, annerirsi, andare a rotoli, per quanto la riguarda. In fondo lei da ragazza sognava la vita in società, il lusso, non certo quei maleodoranti guanti di gomma che indossa costantemente nelle faccende di casa. Quei due ragazzi laggiù in fondo, non si sa bene se sono una coppia, degli amici, o fratello e sorella. Ma si capisce lontano un miglio che si fanno. Magari sono ragazzi di buona famiglia che non vogliono essere giudicati per le loro origini, per cui si sono convertiti in massa al degrado. O solo figli di altrettanti poveracci. Di certo la vita non gli piace, altrimenti perché ridursi il cervello in pappa a causa di una polverina bianca?
Come li capisco. Mentre correvo in strada per venire qui, le lacrime che mi scendevano copiose, i contorni delle cose sfumate, le grida della gente in strada, le macchine che si fermavano di schianto e mi suonavano dietro mentre attraversavo senza guardare, anch'io pensavo che la vita è uno schifo, una melma bella e buona. Mi voglio dissociare, bruciare lo stomaco, perdere i confini tra me e gli altri.
Sono brilla, come una spugna, e, per la prima volta nella mia vita, credo di essere felice. La felicità è un buco nero accogliente? Forse sì. Barcollo, cado. Il sapore ferroso del sangue nella bocca. Non so più nulla. Svegliatemi domattina, gente odiosa.
La trovarono la mattina dopo. Qualche spicciolo e la tessera del suo impiego al fast food nella tasca posteriore dei jeans. Coma etilico, uno schianto al cervello. Se ne vedono tante così, dichiarò il barista che aveva chiamato l'ambulanza.

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