giovedì 27 ottobre 2016

Below the Breadline: I am Daniel Blake


Mi piacerebbe vedere le facce degli spettatori nella sala del cinema. Percepire le loro traiettorie, le loro contrazioni muscolari involontarie, sintomi di uno shock che coglie chiunque vada in Inghilterra per la prima volta, Mr Bean e Beatles, mailbox e fish’n’chips, la regina e le sue velette in una valigia mentale. Certo, ci sono anche i Sex Pistols e i Clash, ma si pensa sempre ad un punk gaudente, carnevalesco, no? Gli inglesi possono permettersi di far finta di essere degli straccioni, si pensa. E cosa succede se quel far finta in realtà non ha nulla dell’artificio?
Credo che un film come I, Daniel Blake resterà una pietra di paragone per capire le ragioni di quella violenza di classe che si è potuto intuire—per chi resta nel Belpaese, si intende—con i risultati della Brexit. Persone che perdono la propria occupazione da un giorno all’altro, trovandosi catapultati in una macchina infernale, detta anche burocrazia. La stessa burocrazia che voleva una certificazione medica della mia scoliosi per procedere con l’attribuzione di un armadietto o, se non altro, un’accelerazione del processo di acquisizione dello stesso nei locali dell’università. Correva l’anno accademico 2012/2013. Per capire una nazione si deve spiare dentro i suoi apparati repressivi o istituzioni sociali totali, come si direbbe in gergo accademico, come le carceri, gli ospedali, gli uffici di collocamento. Ma di solito quest’indagine diviene possibile solo quando ti capita qualcosa che giustifica la frequentazione di questi luoghi, quindi forse non è esattamente auspicabile. Il disagio, fisico, psichico, sociale nel Regno Unito deve essere smorzato, passato per perifrasi: parlare in senso letterale è forse la cosa più grave che possa capitare. Gli scheletri negli armadi ci sono, ma si continua come se niente fosse: keep calm and carry on, no?
Ken Loach rompe del tutto questa regola non scritta: si va al cuore, al fegato e ai polmoni di questo sporco che si cerca disperatamente di cammuffare. Chiamiamo le cose con il loro nome. People are starving. Madri che rinunciano alla loro cena per poter sfamare i propri figli, mentendo di fronte ai crampi allo stomaco, ai giramenti di testa. Non ho fame. Oppure ho già mangiato prima:
This morning, small boy had one of the last Weetabix, mashed with water, with a glass of tap water to wash it down with. ‘Where’s Mummys breakfast?’ he asks, big blue eyes and two year old concern. I tell him I’m not hungry, but the rumblings of my stomach call me a liar. But these are the things that we do (Jack Monroe, mamma, blogger e giornalista, post scritto quando era disoccupata, Hunger Hurts, Luglio 2012).
Piccoli espedienti, ingegneria domestica elementare ma che ti permette di andare avanti: buste di plastica per gli imballaggi alle finestre per non sentire il freddo, perché no, le bollette del gas e del riscaldamento non possiamo pagarle. Non si sa ancora per quanto resisteremo, ma per oggi sì. Everything is OK.
Because that’s the trouble, when you have holes in your socks and holes in your jeans, and your collar bones are jutting out of the two jumpers you wear to keep warm – you tell everyone that everything is okay.Because you think if you admit to skipping meals, to feeding your child the same cold pasta with tomatoes for four nights in a row, you worry that you might lose him, that he might be taken into care. And in the cold, in the despair and desolation, your son is the only thing that stops you stepping off the flyover you walk over every day. So you say you’re fine (discorso di Jack Monroe alla House of Parliament, 3 Giugno 2013).
I, Daniel Blake è qualcosa di più di un film, si sfocia nel documentario e nel pamphlet, qualcosa di molto simile a quanto letto nella letteratura inglese da fine Settecento in poi. Un Charles Dickens dei nostri tempi, dove l’Uriah Heep della situazione è un intero sistema, ingranaggio che potrebbe ricordare, come logica, quella del lager nazista. Infatti si procede per linee guida, si obbedisce a regole, non importa quanto queste possano svuotare le pance di bambini colpevoli solo di essere nati o di soggetti rigettati in quanto, in qualche modo, giudicati come inabili. Daniel Blake e Katie Morgan cercano di ritagliarsi un loro posto nelle maglie di questa gigantesca camicia di forza, arrancando in un apparato di giustizia lacunoso quando non si hanno capitali salvati in banca.

Loach non si è accontentato di una storia verosimile. Ha voluto raccontare la prospettiva dell’Inghilterra povera e dimenticata dai più dal di dentro, facendo ricerche sul campo, entrando a contatto con le famose food bank, uniche istituzioni caritatevoli in un panorama nel quale l’assistenza sociale latita e coincide, il più delle volte, con privatizzazioni, uniche ancore di salvezza rispetto a pasti per quattro, cinque bocche basati su risparmi di cinque sterline per una settimana. Non stupisce pensare che una di loro, Jack Monroe, abbia poi dedicato il suo blog alla cucina: non avete idea di quanto si sprechi in cibo, quanto i prezzi sugli alimenti siano lo specchio di una logica capitalista che ha ben poco a che fare con la sua alleged funzione primaria, ovvero sfamare. Devono essere pochi supereroi mascherati o un’intera classe politica, un intero sistema-mondo a cambiare le cose? Siamo tutti Daniel Blake in potenza. E questo dovrebbe essere sufficiente per creare pressioni sui governanti, una reale rappresentanza politica democratica, non una macchina avulsa dalla gente.

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