sabato 2 luglio 2016

Nihad Sirees, Il silenzio e il tumulto

Ecco qui il secondo testo di letteratura araba recensito in questo blog. Nihad Sirees è un intellettuale siriano giunto in auto-esilio in Europa, dopo aver seguito un International Writers Fellowship alla Brown University. Difficile pensare che il libro non sia autobiografico, almeno in parte. Infatti, tratta di uno scrittore in aperto dissenso nei confronti di un regime mediorientale non bene specificato, fondato sul culto personalistico del Leader.
Per quanto sia un libro molto esile, la lettura è, invece, densa e leggibile sotto varie angolature. Il libro procede per metafore e per contrapposizioni. Da una parte c'è il tumulto, una presenza costante ed opprimente del regime: si devono gridare le lodi del Leader costantemente, da mattina a sera. I cortei, dove ciascuno deve sventolare una foto o un poster del Leader, durano un'intera giornata e tutti sono obbligati a farne parte, salvo le donne che devono, però, seguirlo in televisione. Una spettacolarizzazione forzata che unisce la sociologia dei regimi totalitari così come analizzati da Hannah Arendt, alla tecnologia dei mass media. Il televisore (e per chi è italiano, qualche assonanza risuona, in modo inquietante) è una propaggine del Leader, non si può vedere altro che parti della sua persona. Per questo il protagonista, che, inizialmente, aveva cercato di condurre e pianificare una trasmissione culturale di ampio raggio lasciando da parte i discorsi personalistici sul Leader, non possiede un televisore. Ma, tra la casa di sua madre e quella della sua amante, comunque, assaggia diverse volte l'amplificazione del clamore esterno, talvolta ne è soggiogato, ipnotizzato, curioso di vedere come il culto personalistico si adatti alle singole persone che vengono volta a volta mostrate in primo piano. Rispetto a questo fracasso infernale livellatore, l'unica arma che resta allo scrittore e alla sua amante Lama è il riso: mettere il regime sotto ad uno specchio deformante per rivelarne tutti gli elementi ridicoli ed assurdità. Risate isteriche che sono espressione di un disagio interiore lacerante: un desiderio di vivere una vita diversa, più libera, nella quale tutti possono scrivere ciò che vogliono, disegnare ciò che amano, senza dover riprodurre all'infinito e alla nausea un ritratto del Leader.
Dall'altra parte c'è la ricerca minuziosa del silenzio. Un silenzio nel quale la dimensione della propria individualità, e non quella della massa adorante, è raggiunta, in modo da essere in sintonia con l'universo naturale intorno a noi stessi. Una melodia meravigliosa e raffinata che fa da contrappunto alla ferina grossolanità degli slogan urlati. In questo silenzio e quiete, le ragioni del corpo tornano a galla, e così anche le pulsioni, che, come il riso, diventano la valvola di sfogo rispetto ad un desiderio mai soddisfatto di umanità.

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