giovedì 2 giugno 2016

Palazzo Yacoubian, 'Ala Al-Aswani

Non, rien de rien. Non, je ne regrette rien
Ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal
Tout ça m'est bien égal...
Avec mes souvenirs j'ai allumé le feu
Mes chagrins, mes plaisirs,
Je n'ai plus besoin d'eux...
Je répars à zéro...
Car ma vie, car mes joies
Aujourd'hui ça commence avec toi.

Edith Piaf ritorna più volte in questo romanzo e i suoi testi, sbocconcellati qua e là, ne colgono l'essenza. Varie anime lottano in questa porzione umana egiziana, tutta concentrata nei piani del realmente esistente Palazzo Yacoubian, nel cuore del Cairo, immobile di un architetto italiano fatto costruire da un miliardario armeno negli anni Trenta per portare un pezzo d'Europa in Egitto.
Palazzo Yacoubian, Cairo

L'Occidente resta sempre in sordina, è l'innominabile altro, un rimando di specchi deformanti per riflettere sulla propria sporcizia, sul proprio senso di inadeguatezza. Il primo a risentire di questo confronto, letteralmente, è Hatim Rashid, figlio di una barista francese, di dubbia moralità, una "donnetta" come la descrive lui stesso più volte, e di un intellettuale egiziano. Un Occidente che è per lui fonte ambigua di amore e di odio, nel cui confronto si consuma la sua sofferenza di omosessuale che non può vivere alla luce del sole i suoi amori. Una problematica intricatissima, quella dell'omosessualità nei paesi arabi, in costante bilico tra il detto e il non detto, tra una facciata di mascolinità e di riuscita sociale e un privato assolutamente senza alcun tipo di vincolo, ben descritta da Saleem Haddad nel suo Guapa
Da una scena di Yacoubian Building

L'Occidente ritorna sotto forma di chimera libertaria nei sogni ad occhi aperti del magnate ottuagenario Zaki bey al-Dusuqi e la sua giovanissima amante Buthanya. Parigi è sempre là ad attenderli, un luogo neutro dove le logiche familistiche e le voci della gente non hanno presa.
L'altra faccia della medaglia è un fervore politico che difficilmente si riesce a scindere da desideri carnali: da una parte Hagg 'Azzam, sordo di fronte a qualsiasi limite oggettivo e insaziabile pur essendo un ricco uomo d'affari felicemente sposato, che si lascia completamente travolgere dai suoi appetiti di gloria, intesi in senso esistenziale, prima ancora che materiali, un desiderio di potenza mai soddisfatto; dall'altra Taha, il figlio del portiere, deciso a sacrificare la propria individualità in nome di un ideale, sia quello della polizia egiziana, prima, o quello delle milizie islamiste, poi, in un perseguimento di un'ascesi, di un'astinenza parallela alla sete inestinguibile di Hagg 'Azzam. Una sete che si trova anche in Zaki bey al-Dusuqi, ma che viene, al contrario, spesso soddisfatta in un placido edonismo.
Schegge più o meno impazzite che non ritornano sui loro passi, come il testo di Edith Piaf ci rammenta: una volontà di continuare ad esistere, arrivando anche a stravolgere i propri equilibri, a perdere i propri punti di riferimento, ripartendo da zero. Il che fa pensare sia ad un elemento auto-distruttivo, sia ad un elemento di forte speranza: riuscirà l'Egitto a rinnovarsi, a tessere le fila del suo destino (qui un assaggio delle posizioni politiche dell'autore)?

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