lunedì 13 giugno 2016

Je suis gay

Sentire dal telegiornale che "si è trattato solo di un atto di omofobia" è qualcosa che prima ti colpisce in modo istantaneo allo stomaco, poi ti fa riflettere. Cosa rende un atto di terrorismo e cosa uno di omofobia? Perché fare una distinzione tra i due?
In realtà, se ci si pensa bene, questa distinzione non ha ragione di esistere: questa forma di terrorismo che purtroppo sperimentiamo da più di un anno ha come bersaglio principale quello che dovrebbe definire l'Occidente, ovviamente in modo molto stereotipo ma che essenzialmente punta nella direzione della libertà, libertà di movimento in primis, poi libertà di parola. Perché non includere anche nella lista la libertà sessuale? In molti paesi non occidentali questa libertà non c'è, o viene occultata, contraffatta, il che è ancora peggio: come vi sentireste voi ad indossare una maschera sociale che non vi appartiene solo per sviare i sospetti e coltivare in segreto una relazione, non potendo dire al mondo il bene che vi volete? Ecco perché prendere come bersaglio un locale gay, colpire sempre la stessa generazione del Bataclan (se così si può chiamare, dato che io stessa insieme a molti altri non mi ci riconosco, o solo in parte), questa volta maggiormente definita come gruppo sociale. 
Ma quel "solo" sminuente dell'inizio continua a pesare. Probabilmente si è trattato "solo" di un atto omofobico perché in questo modo si può dominare meglio la paura: sgonfiando l'evento e sottraendo l'attenzione da certi particolari che porterebbero nella direzione opposta, in qualche modo ci si può prendere un sospiro di sollievo. Di non sentirsi in dovere di fare qualcosa, di continuare ad immagazzinare paura e terrore dentro di noi. Questa è un'ipotesi: la facilità del collegamento locale gay-omofobia è cristallina. Poi ci sarebbe ancora un'altra possibilità, non meno terribile della prima, anzi, ulteriormente ingiustificabile: non prendere posizione perché in questo modo non si deve ammettere che ci sono persone che vivono la loro sessualità diversamente da noi. Qualcosa di scomodo che si preferisce tralasciare e dichiarare completamente estraneo a noi, quando in realtà è qualcosa che fa parte indissolubile di noi: la sessualità è qualcosa di fluido, il genere altrettanto, ma, chissà perché, si preferisce aderire ad un modello preciso, quello eterosessuale, con precisi compiti e divisioni. Di conseguenza, mentre l'identificazione con i parigini è subitanea, quella con dei ragazzi omosessuali è impensabile. Come si può arrivare a dire: "Sono anch'io gay"? Pur di non sgretolare le nostre convinzioni identitarie preferiamo passare sotto silenzio o ridimensionare un evento che non può essere semplificato. Il che mi fa dire che, sì, finora ci sono stati dei passi avanti nella conquista dei diritti LGBT, ma forse questa battaglia è stata solo formale, non ha modificato o rivoluzionato le soggettività. Cosa stiamo aspettando?

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