martedì 28 giugno 2016

A, Alienazione

È difficile cercare di rialzarsi dopo tutto quello che è successo dal referendum sull'Unione Europea in Regno Unito. Non riesco ad essere razionale, le mie considerazioni sono dettate dai miei sentimenti plasmati in tre anni di dottorato in Gran Bretagna... Al tempo stesso, quello che è successo è talmente grande, minaccioso e spaventoso che non riesco nemmeno a tacere. Così come mettere da parte ricordi personali e cercare di fare il più possibile un discorso in terza persona, come mi piace fare, non so se per riservatezza o per avversione rispetto a tutto ciò che è auto-riferito, mi riesce impossibile in questo momento di grande sconforto.
Ricordo ancora molto nitidamente il primo giorno nella mia camera inglese, in una villetta bifamiliare a schiera come ce ne sono tante là, muri umidi e mattoni a vista, quasi a ricordare il passato da minatori condiviso da molti avi degli attuali abitanti del Regno Unito. Direi che, per quanto ci siano differenze abissali tra gallesi, inglesi, abitanti della Cornovaglia, scozzesi, quest'identità fatta di muffa e casette basse sia molto forte, tanto da ritrovarla anche in Irlanda. Mi trovavo lì, in quel simbolo isolano, uno spazio condiviso con altri tre studenti di laurea specialistica, anche loro un composito gruppo rappresentativo: inglesi del sud, inglesi del nord, figli di seconda generazione. La mia idea era di fare un'esperienza condivisa per potermi inserire più facilmente all'interno della comunità studentesca. Pensavo che il mio essere italiana avrebbe facilitato le cose, che lo stereotipo dell'Italia come un posto dove si mangia bene e la gente è solare potesse essere un pass-partout, un facile rompi-ghiaccio della prima ora. Per quanto ragionevole fosse la mia riflessione, si rivelò errata. Sola nella mia stanza, ancora stanca del viaggio, un solo plaid in un letto senza nulla, la stanza fredda. La mia famiglia e i miei amici lontani. Qualche SMS che mi faceva dire che per qualcuno non ero solo un'estranea da guardare con sospetto, il telefono l'unico legame che mi faceva sentire un corpo con delle vene funzionanti e per molto tempo il solo sostituto dei miei rapporti interpersonali, dato che rimanemmo senza internet per più di un mese. 
Intanto il mio universo cominciava piano piano ad allargarsi. Qualche viso più amichevole cominciava ad aprirsi a me, la mia condizione di monade isolata cominciava a farsi contaminare dalla curiosità e dall'interesse per me da parte degli altri. Le differenze culturali, al di fuori e all'interno dell'università, si facevano sentire. Con fatica, cercavo di crearmi un rifugio confortevole. Anche tanti pianti, volente o nolente rispetto alla mia ripulsa nei confronti delle mie fragilità. Parlando con altri expats, come si usa indicare realtà soggettive e sociali molto diverse tra loro, questa cosa delle lacrime chiusi dentro la propria stanza, della mancanza di appetito, di un senso di angoscia profondo torna più volte, in certi casi apertamente, in altri con una certa dose di vergogna. Agli occhi delle conoscenze inglesi che poi sono diventate amicizie, io ero brave. Ma dentro di me mi sentivo come una foglia sospinta dal vento, un fragilissimo equilibrio pronto a spezzarsi alla prima occasione.
E sono caduta. Più di una volta. Più o meno dolorosamente. Ma un legame cominciava ad intessersi con quei prati verdi, con quei pub unti e fumosi, quell'asfalto grossolano che mi consumava la suola delle scarpe, quei cieli plumbei, quelle cittadine che chiudevano i battenti alle cinque del pomeriggio. Per quanto poteva sembrare strano, proprio in quella condizione di isolamento sono riuscita ad avere un'idea molto precisa delle condizioni di vita degli abitanti dell'isola. Tra donne con abiti vistosi e scollati, con la veletta e truccatissime, scalze perché i tacchi troppo alti impediscono loro di recarsi dalla stazione alle corse dei cavalli, uomini con queste giacche in doppio petto a prescindere dall'estrazione sociale e sempre vocianti e brilli. La paura a volte di imbattersi in loro a certi orari della sera. Tra i poveri, anch'essi ubriachi, sdraiati per terra ed evitati a piè pari dai clienti di una farmacia, un'indifferenza più veritiera di mille proclami politici. Tra i banchi dei supermercati, dove si fa a gare a stabilire il prezzo più basso e conveniente. Ma anche tra le vecchiette sorridenti e stoiche a fare la fila. Tra i vari dear e love che mi venivano ripetuti, consapevoli, ancora prima che parlassi, che dentro di me c'era una solitudine vera. Tra i mazzi di fiori, abitudine giornaliera, anche se a poco prezzo, di dare vita all'interno di una cucina. Tra le tende a bovindo illuminate mentre rientravo dall'università, qualcosa di cosy, di discreto, anche modesto e disadorno, ma pur sempre casa. Tra le conversazioni, small talks, volte a sincerarsi delle condizioni della tua salute senza farti domande dirette. Tra la contraddizione di sapere sempre tutto per controllare possibili eventualità negative e la volontà di non intrudere nell'intimità e nel sentire particolare di ciascuno. Tra abbracci che non abbracciano ma che ti fanno sentire amata nelle ore più difficili. Qualcosa mi è entrato dentro, qualcosa che mi faceva sentire a casa, una condizione di libertà enorme, ancora di maggior valore proprio perché sudata.
Un senso di casa che poi, ho scoperto, è trasferibile in altri luoghi: l'idea che il mondo è molto piccolo, e che dovunque mi trovo mi sento mia. Un'appartenenza che prima, stando attaccata al luogo dove sono vissuta per tutta la mia giovinezza, non sentivo, ma vedevo davanti a me tanti confini da valicare, tante case con la porta sul retro chiusa. Ecco, il referendum è come se avesse alzato un gigantesco muro: quella sensazione di libertà camminando, quel cosmopolitismo li sento minacciati. Vedo tanta rabbia e odio. Quei ceti sociali mai considerati che già vedevo repressi e frustrati, sul punto di esplodere ed attaccare, fomentati da politici senza scrupoli attraverso una campagna di disinformazione sembrano pronti a vedere nell'immigrazione il proprio nemico: una legittimazione senza precedenti della xenofobia, del razzismo, dell'islamofobia, dei veleni più brutti che può secernere un corpo che si sente abbandonato dalla società. La libertà di movimento che prima sembrava una cosa data per scontato diventa una chimera, un miraggio. Europarlamentari che si sentono fischiati da quei politici e che rispondono loro in modo non più lucido, spinti da una voglia di divisione che attraversa e sconquassa tutti, alla ricerca di un responsabile per colpe che possono essere soltanto collettive. Un'Unione Europea nata per fronteggiare il rischio di un futuro odio mondiale che diventa il nido per pericolose e riottose serpi.
Non ho mai creduto neanche per un momento, neanche quando ero là da sola con il mio plaid e la mia stanza fredda e spoglia, che appartenessi soltanto alle mie radici italiane: non è mai stato un controsenso immaginare un futuro all'estero, con magari amici e nuovi legami provenienti dagli angoli più impensabili del mondo, a cucinare un chutney facendolo precedere da una bruschetta, un gazpacho o un piatto di crauti, a parlare un inglese francesizzato, a comporre un esperanto irriproducibile, per poi tornare in Italia per Natale. 
Qual'è la chiave per far sì che questo sentimento comunitario non sia soltanto presente nelle frange accademiche, tradizionalmente cosmopolite, ma qualcosa di condiviso in tutti i gruppi sociali? Al momento non ho risposte. Vorrei soltanto tornare ai giorni in cui tornavo nella mia camera con le daffodil, accendevo il bollitore e guardavo serie televisive britanniche, immaginando il vento tra i capelli e le gite in treno del giorno dopo.

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