domenica 15 maggio 2016

Il sistema periodico, Primo Levi

Un libro difficile da incasellare in un genere: è sia una raccolta di racconti che hanno una loro vita propria, sia un romanzo biografico, sia un meta-romanzo che ragiona a voce alta sulla struttura, sul rapporto con i lettori e con la verità, la difficoltà di ricostruirla. Un romanzo multi-forme come la materia, la sua vera protagonista. Una materia che presenta fin da subito uno scoglio cognitivo non da poco, dato che non parla la nostra lingua, non prova emozioni in modo a noi codificato o empaticamente enfatico, qualcosa con la quale potersi identificare:  «la Materia con la sua passività sorniona, vecchia come il Tutto e portentosamente ricca d'inganni, solenne e sottile come la Sfinge». Eppure, Levi lo dice fin da subito, noi siamo fatti di materia. Un materialismo che investe più settori dell'ambito umano e che è già insito nel primo racconto d'apertura, Argon. L'elemento più presente nell'universo, ma anche quello meno conosciuto e poco valorizzato dalla ricerca scientifica diventa la metafora nella quale si dipana una squisita ricerca etnografica sulla famiglia di Levi o, se vogliamo, un prototipo della famiglia ebraica: dispersa, più volte mischiata con il resto della popolazione, dalla quale si ibrida e assume nuove forme, come il cenno d'intesa e l'implicita richiesta di complicità del padre di Levi ad un Primo ancora adolescente quando entrava in salumeria a comprare un prosciutto, una trasgressione delle regole ebraiche più volte disattesa in quegli anni anche da altri compagni di classe di Levi. Lo studio della materia è quindi, prima di tutto, uno studio del mistero della vita, uno studio del Sé e dell'Altro. Qualcosa che va al di là della fede religiosa, ma che, eppure, è molto vicina alla riflessione metafisica e che, per questo, diventa qualcosa di trasgressivo rispetto al piano conforme che si vuole cercare di impartire con la scuola, prima, con la dittatura, poi.
A scuola mi somministravano tonnellate di nozioni che digerivo con diligenza, ma che non mi riscaldavano le vene. Guardavo gonfiare le gemme in primavera, luccicare la mica nel granito, le mie stesse mani, e dicevo dentro di me: «Capirò anche questo, capirò tutto, ma non come loro vogliono. Troverò una scorciatoia, mi farò un grimaldello, forzerò le porte». Era snervante, nauseante, ascoltare discorsi sul problema dell'essere e del conoscere, quando tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi: il legno vetusto dei banchi, la sfera del sole di là dai vetri e dai tetti, il volo vano dei pappi nell'aria di giugno. Ecco: tutti i filosofi e tutti gli eserciti del mondo sarebbero stati capaci di costruire questo moscerino? No, e neppure di comprenderlo: questa era una vergogna e un abominio, bisognava trovare un'altra strada.
Lo studio della chimica diventa quindi un compito prima di tutto militante, e poi, in secondo luogo, ma associato al primo, antropologico: la conoscenza della natura umana, di come sia connessa al resto dell'esistente e come quali sono le leggi che l'attraversano, uno scrupolo analitico che coincide con una disamina etica-politica delle azioni dell'umano.
L'Assistente mi guardava con occhio divertito e vagamente ironico: meglio non fare che fare, meglio meditare che agire, meglio la sua astrofisica, soglia dell'Inconoscibile, che la mia chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili. Io pensavo ad un'altra morale, più terrena e concreta, e credo che ogni chimico militante la potrà confermare: che occorre diffidare del quasi uguale (il sodio è quasi uguale al potassio: ma col sodio non sarebbe successo nulla), del praticamente identico, del pressapoco, dell'oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. Le differenze possono essere piccole, ma portare a conseguenze radicalmente diverse, come gli aghi degli scambi; il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico.
Non è quindi un caso se Primo Levi ci parla anche in questa sede dell'esperienza inumana concetrazionaria: è nel campo di sterminio che la natura umana diviene evidente nel suo farsi e disfarsi, nelle sue logiche ferine e nobili, in tutto ciò che, in altre circostanze, diventa qualcosa di inafferrabile e inesprimibile a parole. In questo mese, l'Università di Bergamo e la Bicocca hanno dedicato due giornate di studio alla figura di Primo Levi come etnologo: come giustamente afferma Marco Aime, la forza propulsiva che spinge Levi a scrivere è prima di tutto conoscitiva, la medesima molla che porta l'antropologo presso altre realtà e a sospendere il suo giudizio, condizionato dalla sua appartenenza ad un milieu sociale-culturale ben preciso. È proprio in questo testo che queste qualità antropologiche di Levi vengono a galla con maggior forza: perché la materia è forse quello che è più altro da noi, pur essendo noi. Un paradosso che Freud chiamerebbe unheimlich e che per l'antropologo rappresenta il pane quotidiano.

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