venerdì 8 aprile 2016

Pelle nera, maschere bianche, Frantz Fanon

Si tratta di un testo di difficile assimilazione. Un testo denso e che tocca le corde più delicate della psiche umana, quelle che fanno parlare la pancia prima del cervello e del cuore. Meglio ancora, del basso ventre: tutte quelle dinamiche che, sempre in agguato in noi, possono determinare lo scatto da una posizione neutrale o positiva ad una ferità assoluta e implacabile. La molla che spinge un essere umano a sporcarsi le mani del sangue di un altro essere umano decretato arbitrariamente come inferiore. Ebbene, l'analisi di Frantz Fanon ha appunto lo scopo di scoperchiare gli aspetti più retrivi e atroci dell'uomo, non già l'uomo occidentale, ma l'uomo esistenzialmente inteso. L'opposizione tra nero e bianco non è, infatti, uno scontro tra due entità ontologicamente intese e differenti, ma è piuttosto una discriminante che agisce all'interno di una struttura dinamica che ha, al suo centro, l'esistenza umana. L'uomo e la donna di colore comprendono dentro di essi tanti strati di pelle diversa quante sono le loro aspettative e desideri di uscire da una gabbia preformata affibbiata loro da una classe dominante e predatoria, il cui sguardo oggettivante mortifica la naturale coesistenza di corpo e realtà: sono la mela che mangio, la superficie della mela riflette il tatto prensile delle mie dita. Quest'armonia viene disgiunta, orribilmente scissa, per cui il corpo diventa il "corpo nero", bacino di proiezioni e frustrazioni dell'altro corpo più forte, quello bianco:
Allora lo schema corporeo, attaccato in diversi punti, crollava, cedendo il posto ad uno schema epidermico razziale. Nel treno non si trattava più di una conoscenza del mio corpo alla terza persona, ma alla tripla persona. Nel treno, invece di un posto, me ne lasciavano tre. Già non mi divertivo più. Non scoprivo alcuna febbrile coordinata del mondo. Esistevo in triplo: occupavo posto. Andavo verso l'altro... e l'altro evanescente, ostile, ma non opaco, trasparente, assente, spariva. La nausea...
Ecco che il "corpo nero" subisce tutta una serie di rituali di purificazione verso un agognato candore, promessa di un'abolizione categorica o sublimazione di quelle pulsioni, di quello sporco che, in realtà, è proprio ciò che ha fatto scaturire la necessità di istituire un nero opposto al bianco. Ecco che, quindi, il corpo, staccato dalla sua dimensione fusionale con il mondo, viene passato innumerevoli volte sotto un attento processo di "lattificazione", una lavanda scrupolosa di ciò che è impuro e sporco: la ragazza mulatta rescinde le proprie origini nere; la donna di colore anela a sposarsi con un uomo bianco, anzi con l'Uomo Bianco, in modo da assicurare un terreno immacolato alla propria progenie; l'uomo di colore, par contre, relegato nella posizione di impulso peccaminoso fatto a persona, sogna il corpo candido della donna bianca, sulla quale riversa tutte le frustrazioni accumulate da un'esistenza piegata alla discriminazione, da una parte, e la perfetta padronanza della lingua e dei costumi occidentali (in questo caso francesi) per distaccarsi dall'immagine di illetterato selvaggio appioppata da altri uomini che hanno scelto questa scala valoriale disumana; dall'altra parte della barricata, si rincorre un corpo nero come spauracchio della propria libidine e, in quanto tale, fonte di angoscia in quanto annullamento delle certezze della propria irreprensibilità. Appellandosi alla psicoanalisi, Fanon vuole guarire le nevrosi di questo manicheismo razziale delle sensazioni, delle emozioni e della propriocezione: non si tratta di decretare un carnefice ed una vittima, con un correlativo sistema di punizione e di redenzione o vendetta, bensì di mostrare che il nemico dell'uomo, la fonte della sua alienazione, è l'uomo stesso e la sua incapacità di gestire la propria parte ferina, la sua necessità di trovare un capro espiatorio per la propria, naturale e connaturata imperfezione. Fanon, quindi, vuole restituire la vita per come è, ritornare a quella originaria fusione corporale con il mondo data dal fatto di esistere e quindi di esserne parte.



No, non ho il diritto di venire e urlare il mio odio verso il Bianco. Non ho il diritto di mormorare la mia riconoscenza al Bianco. C’è la mia vita presa al laccio dell’esistenza. C’è la mia libertà che mi rinvia a me stesso. No, non ho il diritto di essere un Nero. Non ho il dovere di essere questo o quello… Se il bianco mi contesta la mia umanità, gli dimostrerò, facendo pesare sulla sua vita tutto il mio peso d’uomo, che non sono quel «Y a bon banania» che egli continua a immaginare. Un giorno mi scopro nel mondo e mi riconosco un solo diritto: quello di esigere dall’altro un comportamento umano. Un solo dovere. Quello di non rinnegare la mia libertà attraverso le mie scelte. Non voglio essere la vittima dell’Astuzia di un mondo nero. La mia vita non deve essere consacrata a fare il bilancio dei valori negri. Non c’è un mondo bianco, non c’è un’etica bianca e nemmeno un’intelligenza bianca. Ci sono, da una parte e dall’altra del mondo, degli uomini che cercano. Non sono prigioniero della Storia. Non devo ricercarvi il senso del mio destino. Devo ricordarmi in ogni momento che il vero e proprio salto consiste nell’introdurre l’invenzione nell’esistenza. Nel mondo in cui mi incammino, mi creo interminabilmente. Sono solidale con l’Essere nella misura in cui lo supero. 









 
 

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