domenica 27 marzo 2016

Suad Amiry, Damasco

Leggere un libro del genere in questo periodo storico è particolarmente toccante. Entrare nell'atmosfera dei suk di Damasco, sapere che per la protagonista (che altri non è che la stessa autrice sotto un nome diverso) e per i suoi parenti Damasco, insieme a Beirut, che però vive di luce riflessa della prima, rappresenta vita, abbondanza, desiderio, e guardare poi le foto della Damasco di adesso, di una guerra spaventosa e indicibile, fa toccare con mano la perdita che l'umanità tutta sta sperimentando in questi anni. La biografia dell'autrice si mescola con l'immaginario: l'intera storia si può intendere come una segreta allucinazione, disvelata progressivamente e mai interamente compresa, probabilmente nemmeno dall'autrice-protagonista, come si evince dalla conclusione. Una foto poco prima del primo capitolo ci riporta nella Damasco ottocentesca. A quelle facciate di righe bianche e nere che vennero poi riprese nelle nostre città italiane, rubate dalle Crociate in Terra Santa. L'Occidente fa capolino ogni tanto nel libro: i marmi di Carrara del palazzo della famiglia Baroudi, la zia inglese che riproduce stereotipi arabi per essere accettata dalla famiglia allargata, il King David Hotel di Gerusalemme. Tuttavia, rimane sullo sfondo, è marginale rispetto al dipanarsi delle tre generazioni femminili della protagonista che ci restituisce soprattutto i sapori, gli odori, i colori. Un tripudio di abbondanza che promana dal patriarca, un ricco magnate di origini Ottomane/Turche (di qui, ci tiene a precisare la protagonista, i capelli e gli occhi chiari) per diffondersi nei figli, viziati e incapaci di provvedere a sé stessi senza l'aiuto della servitù. La riprova è la madre della protagonista, un'assoluta impiastra in cucina a preparare quello che sembra essere un piatto molto semplice dell'elaborata cucina siriana. Più che Damasco (non si ha una descrizione meticolosa delle sue strade, dei suoi edifici storici come ha fatto Pamuk per la sua Istanbul), si ha uno spirito semi-imperiale, un feudo decaduto, quello della Grande Siria o Shām, che si riflette nella storia del clan Baroudi.
La cosa più interessante di questo libro è proprio questo cosmopolitismo, questo fondersi insieme di Palestina, Giordania, Libano e Siria, un aspetto che, almeno nei programmi di storia piuttosto imbarazzanti delle scuole italiane, non è per nulla conosciuto ad  un pubblico italiano. Nei continui spostamenti dei personaggi da Gerusalemme a Damasco si ha l'impressione che la divisione statale sia soltanto un portato del colonialismo: una metropolitana irradiata in più punti, un impero all'interno di un impero più grande, quello Ottomano. Una lingua comune, piatti e stili di vita comuni. Fino a quando non compaiono i dervisci e i loro canti in turco, un'alterità affascinante agli occhi della protagonista, in quel momento bambina, i kebab turchi spacciati per siriani. Una topografia dei sentimenti, quella che comunicano le dune, i paesi, i confini tra le due distanze della tratta Gerusalemme-Beirut-Damasco, tanto più straziante pensando ai massacri e distruzioni in corso:
"Persa nella vastità del plateau di Houran, pensavo a quanto fosse difficile immaginare che sotto l'ampiezza, la serenità e il fascino di quella crosta fertile ci fossero un vulcano dormiente e una potenziale eruzione. Era esattamente quel che provavo pensando alla mia famiglia, la famiglia Baroudi, o, se è per questo, a qualsiasi altra famiglia.
Guardando fuori dal finestrino pensai a quanto fosse ingannevole tutto ciò!
Questa non è una pipa, ripeteva René Magritte.
"Questa non è una famiglia!" sbottai io.
O forse è proprio quel che deve essere una famiglia, pensai tra me e me.
Oh Dio, le famiglie!
Nessuno avrebbe potuto darmi più sicurezza della mia famiglia,
E neanche, per dirla tutta, più sicurezza e fragilità.
Ma anche viaggiare su quella strada non facilitava le cose.
Come la Via Dolorosa di Gerusalemme, il tragitto Beirut-Damasco-Amman era contrassegnato da varie stazioni e parecchi ricordi della famiglia Baroudi.
Guardai i villaggi di Houran, dispersi all'orizzonte, e ripensai a Fatima: era da uno di quei minuscoli villaggi che era arrivata poco più che bambina, ed era a quel medesimo minuscolo villaggio che era tornata quasi trent'anni dopo. Mentre mi chiedevo se era ancora viva, le labbra mi si incresparono in un sorriso.
Quando attraversammo Jerash e i resti della maestosa città romana, non potei fare a meno di ripensare a zia Laila e alle sue storie d'amore clandestine. "Un uomo è ciò che nasconde", sosteneva André Malraux. Bè, per Laila, l'imperatrice di casa Baroudi, non poteva essere più vero. La cosa, però, mi fece riflettere sulla figura mitologica della Sfinge e sulla natura taciturna di mia madre." 
 

 
 
 
 
 
 
 
 

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