venerdì 25 marzo 2016

Il piccolo regno, Wu Ming 4

Un regalo molto apprezzato quest'ultimo libro di Wu Ming 4. Una lettura leggera senza essere superficiale, e al tempo stesso avvincente. Interessante la scelta di Wu Ming 4, che ci aveva lasciato con il fiato sospeso e con i sogni a cielo aperto di Stella del Mattino, con la sua scrittura raffinata, far narrare la vicenda ad un bambino inglese di dieci anni negli anni Trenta (o, per meglio dire, il ricordo di quel bambino incastonato, incorporato da un anziano), essere credibile e, al tempo stesso, non perdere il proprio stile. Un'importante prova, questa di Wu Ming 4, in una fase del lavoro collettivo di passaggio dal romanzo storico a qualcosa di più indefinito e fluido. Giustamente, in in questo articolo apparso sul blog dei Wu Ming, si cita come principale fonte ispiratrice Byatt, in particolare il suo libro (che, se non avete ancora letto, vi consiglio vivamente) Il libro dei bambini. Non solo perché si ha a che fare con due famiglie fabiane, ma per la descrizione del rapporto di complicità tra i bambini. Il linguaggio parlato è quello universale dell'infanzia, fatto di nomi segreti, di case sull'albero e del desiderio di rifugiarsi dal mondo dei grandi, caratterizzati come un universo antropologico a parte, La Gente Alta, nel romanzo. Proprio per questa universalità, per la facilità con la quale il lettore (che ha un buon ricordo dell'infanzia e si sente ad essa ancora legato) si identifica nella storia, si ha l'impressione di non stare all'interno di una storia ambientata nell'Inghilterra tra le due guerre, ma bensì in un universo ibrido, dove nomi inglesi si mescolano a vegetazione, colori, suoni, sogni che appartengono piuttosto a qualche appennino italiano, a qualche casa delle vacanze dove si tornava come da tradizione per raggiungere il proprio gruppo dei pari.
È una lettura tanto più piacevole proprio per la sua capacità di evocare care memorie, quando mi intrufolavo nell'edera, per leggere senza essere vista e mangiare more e fragole di bosco. Alberi che erano amici miei, che abbracciavo e misuravo il loro amore in base al diametro del loro tronco (una cosa, quella dell'abbracciare alberi, che non credevo fosse condivisa da altri, come il libro dimostra). Animali e piante che condividevano con me un linguaggio segreto e che avevano tutti una sfumatura diversa, un carattere diverso e unico, mai imparentato da questioni di specie. Progetti fantasiosi e insieme audaci di case sull'albero, tende, rifugi, schizzati sulla carta copiativa. Mi è tornato alla mente anche il libro di Astrid Lindgren, Ronja, dove anche in questo caso si ha una bambina con un rapporto speciale con la natura come quello dei bambini di Il piccolo regno.
La Gente Alta riserva delle eccezioni: c'è qualcuno di loro che comprende il linguaggio infantile, bambini mai morti dentro di loro, portati ad una naturale sete di curiosità (come l'anziano archeologo e la moglie, che credono nella capacità degli antichi guerrieri sassoni, tumulati nella campagna intorno alle loro case, di vendicarsi) o ad una trasgressione delle regole (come l'ex soldato Ned, che esce dalla finestra del piano terra invece che dalla porta [un tratto che, almeno per me e per Wu Ming 4, identifica subito la Gente Bassa, i bambini], pronto a coprire le bravate dei quattro bambini, con una sensibilità e una disperazione dategli dalla guerra appena passata che sono celate da sbruffoneria). Qualcosa in questo mondo della Gente Bassa si incrina. Una seconda guerra foriera di una maturità non desiderata, non voluta. Degli altri bambini educati all'odio dai genitori in odore di nazismo, come giustamente ho letto in una recensione. Un'età aurea, quella dell'infanzia, che viene qui celebrata anche nel senso di perdita che si avverte con il maturare, loro malgrado, dei protagonisti. Un'età dell'oro che, ogni tanto, ricerco anch'io dentro di me.

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