domenica 14 febbraio 2016

Vergine Giurata, Laura Bispuri (2015)

Quando il film uscì, io mi trovavo in Inghilterra. Per fortuna, il film è stato proiettato diverse volte ed ho avuto così l'occasione di guardarlo. Il film parla di un argomento molto delicato, ovvero il rituale delle vergini per giuramento (Burnnesha), previsto dal codice consuetudinario del Kanun risalente al 1400 e tuttora tramandato in forma orale nelle zone di montagna dell'Albania settentrionale. Il codice si basa sulla suddivisione della comunità in Fis ("tribù", "clan") di tipo patrilineare e virilocale, unite dalla Besa ("fiducia"). 
La parola italiana che maggiormente si avvicina al termine albanese è fiducia, ma nell’accezione di fiducia in un ordine conosciuto e accettato da ogni membro del gruppo sociale, fiducia nella coesione tra coscienza individuale e senso di appartenenza alla collettività. Sulla besa si fondano i legami sociali importanti, quelli che permettono al popolo albanese di preservare l’integrità della propria comunità locale, nonché il principio dell’ospitalità, che per un albanese è sacra e va sempre rispettata, e quello di onore (Fonte).
Si tratta "di un codice etico quindi, che non contempla nessuna distinzione tra diritto pubblico e privato e che si rivolge agli individui, stabilendo le regole in base alle quali potevano ribellarsi" (Fonte). Secondo quest'insieme di leggi, la donna è completamente assoggettata alle decisioni prima del padre e della famiglia, poi del marito e, in ultima ratio, della comunità. Qualora si creino condizioni in cui la posizione della donna minaccia l'onore della famiglia o, per forze di causa maggiore, quest'ultima si trovasse privata del patriarca, la donna deve diventare a sua volta un patriarca e, in quanto tale, deve perdere ogni attributo di femminilità: diventare un uomo che non può disporre della propria sessualità femminile e, quindi, vergine. Un giuramento di fronte ad un consiglio di venti anziani autorevoli che porta ad un profondo passaggio identitario. L'altro polo in cui è accettata la condizione decisionale della donna è quando perde il suo portavoce, ovvero il marito: la mancanza del padre e del marito rendono la donna nella condizione di prendere decisioni e comportarsi in modo "fallico". Al di là di questi due poli, la donna non ha voce in capitolo: “La donna è un otre, fatta solo per sopportare” (Art. 30).
La storia di Hana/Mark, la vergine giurata protagonista della vicenda e interpretata da una bravissima Alba Rohrwacher, è prima di tutto quella di una vita segnata dalla scomparsa dei genitori. Il primo patriarca viene quindi sostituito da un secondo, suo zio che, da quel momento in poi, detiene un proiettile, simbolo del potere assoluto e associato al passaggio di consegne patriarca-marito durante il matrimonio. Hana però non sta a guardare. Vuole impossessarsi di quel proiettile. Lei e la cugina/sorella Lila vogliono essere libere di correre quando e quanto piace a loro.

La repressione del patriarca sembra essere efficace su Lila, ma non su Hana, la quale riesce a ritagliarsi una sua nicchia rispondendo al desiderio mai esaudito dello zio di un figlio maschio. Hana partecipa alle battute di caccia dello zio. Ma la sua entrata nell'età adulta diventa qualcosa di difficilmente sopportabile: gli uomini del villaggio non gradiscono di essere spodestati del loro scettro. Cercano di rimetterla al suo posto aggredendola nel bosco. Nel frattempo, Lila diventa una ragazza maritabile e il padre l'avverte che, da consuetudine, le sceglierà il marito. Non volendo separarsi dall'uomo che ama, Lila fugge dall'Albania. Lasciando da sola Hana. Tradendola, in un certo senso, sia figurato che letterale. 

Dico in senso letterale perché il Kanun prevede il rituale delle vergini giurate in caso di rifiuto del matrimonio combinato. Data la fuga di Lila, l'unica persona sulla quale poter rivalersi e salvare l'onore della famiglia è Hana, per l'appunto. La stratificazione di senso del film, data dalle lunghe e minuziose ricerche etnografiche della regista (la quale ha trascritto tutti i dialoghi nel dialetto delle montagne), tuttavia, non ci mostrano una Hana supina rispetto al volere dello zio: diventare vergine giurata ha un ulteriore significato, ovvero poter essere finalmente sé stessa, senza essere disturbata nel suo essere ibrida rispetto alle categorie di genere vigenti nel villaggio. O, almeno, così crede all'inizio. La struttura a flash back  del film ci mostra a 360 gradi la ricchezza e complessità della psiche di Hana, imprigionata in una gabbia e in un regime di controllo del proprio corpo per, paradosso, liberarsi da un'altra gabbia.
Morti gli zii, la sua funzione di difesa dell'onore viene meno. Di qui la decisione di rintracciare Lila, ora al lavoro a Bolzano con l'uomo che ha sempre amato e una figlia adolescente. Nella deformazione prospettica del film, quella che a noi sembra una gabbia diventa un dispositivo per forgiare la propria vita e viceversa: si può parlare a propria volta di una gabbia di controllo anche nel caso della nipote, atleta di nuoto sincronizzato. In una cultura, quella occidentale, dove il corpo femminile, per essere rivendicato come tale, deve essere spogliato, ecco che le facce obbligatoriamente sorridenti e truccate per ragioni scenografiche delle nuotatrici diventano altrettante prigioni. L'identità di Hana è invece fluida: posta di fronte all'ineluttabilità dei corpi spogliati e sagomati perfettamente, cerca di proporre una sua fisicità, completamente spaesante e al di fuori di qualsiasi schema, tanto da far vergognare la nipote. Sarà una lesbica travestita? Un uomo effeminato? Si chiede e chiede la ragazzina senza troppi giri di parole. Alla fascia che preme i seni di Hana propone i suoi, di reggiseni. Hana guarda sulla soglia questi modelli femminili. La regista si è chiesta a lungo se visualizzare la trasformazione di Hana attraverso dei vestiti femminili, ma alla fine le sembrava sempre di tradire il personaggio. Ed effettivamente, Hana si è proposta fin dall'inizio allo spettatore come il trickster della situazione: né uomo, né donna, e questo a prescindere dal suo essere diventata vergine giurata. Hana vuole essere prima di tutto Hana.

In questa fluidità (sarà un caso che la natura di Hana si renda palese all'interno di una piscina, che la sua fuga dall'Albania coincida con il suo osservare i movimenti delle onde del lago che si lascia alle spalle?), Hana rivendica un approccio alla sessualità tutto suo. Chiede a Lila, dopo averla osservata a letto addormentata ("Sei l'unica persona con la quale ho mai dormito") con il marito a fianco, che sensazione provoca il fare l'amore. Non si affida ad una rivista, al sentito dire. No, vuole saperlo dalla persona con la quale ha condiviso la forma più profonda di intimità. È molto importante rilevare che, in un film così fisico e con pochi dialoghi, il discorso sulla sessualità avvenga, invece, tramite metafore: "Come quando in cima ad una montagna c'è molto vento" "Sei al tempo stesso fuori e dentro di te". Tutto il film rispecchia questo scavo interiore, a cominciare dall'utilizzo della scala cromatica, sempre tra l'azzurro e il verde, mai colori caldi o accesi. Colori che riportano all'acqua, alla maternità e alla fluidità che caratterizzano questo elemento: tutto avviene tra donne, dal confronto al passaggio generazionale. È Hana a sottolineare alla sorella la mancata educazione della figlia. È la nipote a dire a Hana come essere femminile. È la madre di Lila e la zia di Hana a scrivere una lettera per rammentare loro il loro coraggio. Un coraggio che è anche della madre/zia, in quanto ha vissuto come vedova per un certo periodo. Una donna che ha trasmesso a Lila e Hana le regole per poter sopravvivere in montagna, che quando parla, dice cose significative e dense di significati. Un codice però che vuole rompere, con il canto liberatorio, con l'assecondare, in silenzio, le scelte delle sue figlie. Le due figure maschili della vicenda, il padre e il marito di Lila, sono statiche: si appellano al diritto consuetudinario e non cercano in alcun modo di rivoluzionarlo. Il caso lampante è rappresentato dal marito di Lila, pronto a riproporre gli stessi schemi che ha visto fare da bambino e giovane nei confronti delle vergini giurate, offrendo a Hana lattine di birra a buon mercato, pur trovandosi in Italia ed essendosi in parte affrancato dal cordone ombelicale dell'Albania. Il film non vuole dare dei giudizi, sottolineare quale delle tante prospettive è quella "giusta", appunto perché il discorso del corpo femminile e multiforme e molto spesso quella che viene vista come emancipazione è, in realtà, un costrutto, una gabbia sociale.

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