domenica 21 febbraio 2016

Qualche parola sulla ricerca

Quest'anno accademico ha fatto affiorare in superficie non pochi dilemmi sullo stato attuale della ricerca nel mondo e, in particolare, di come l'Italia si inserisce in tutto questo. Le morti di due dottorandi italiani, Valeria Soresin prima, Giulio Regeni poi, unite all'infelice esternazione della ministra Giannini a cui ha fatto seguito la risposta giustamente al vetriolo e lapidaria della ricercatrice Roberta D'Alessandro, in un clima già teso per le varie riforme che si vogliono attuare all'interno degli atenei italiani, hanno scoperchiato un sistema non più sostenibile, una vera e propria spaccatura tra l'opinione pubblica, i mass media e le istituzioni, da una parte, e la realtà multiforme della ricerca universitaria, dall'altra. Senza contare la perdita di una figura fondante della cultura italiana e della sua rilevanza mondiale, ovvero Umberto Eco, e un'operazione politica, quella di David Cameron, tesa, invece, a ledere le basi dell'Unione Europea e dell'identità per la quale ogni giorno giovani intellettuali italiani decidono di abbandonare temporaneamente o permanentemente il suolo patrio.
Quello che mi preme sottolineare è, innanzitutto, la totale mancanza di comprensione delle logiche dei giovani ricercatori da parte del resto del paese, che è in contraddizione con la valutazione estremamente positiva (talvolta puramente retorica) della cosiddetta "generazione Erasmus": finché gli spostamenti di giovani menti sono all'interno di un processo di crescita tardo-adolescenziale volto alla conoscenza di altre culture europee, si accoglie di buon grado la migrazione e la si vede come un ampliamento dei propri orizzonti, un vanto anche da un punto di vista politico-sociale rispetto alle nuove generazioni cosmopolite, una conquista dell'Italia del secondo dopo-guerra dell'amministrazione Prodi. La stessa logica non è contemplata nel caso della ricerca, dal dottorato in su. Da una parte, si grida allo scandalo: quanti soldi pubblici si sprecano per la formazione di individui che poi diventano la punta di diamante delle altre nazioni! Chi resta e chi va via viene quindi inserito all'interno di una manichea attribuzione di valori etici: secondo una logica interscambiabile, i dottorandi in Italia diventano dei raccomandati, di inferiore caratura intellettuale, mentre i dottorandi italiani all'estero sono le "migliori menti", non riconosciute ed incomprese dal sistema baronale delle università italiche, o, viceversa, i ricercatori presso le università estere sono dei codardi, parassiti sociali che si spostano soltanto per il vile denaro senza prestare alcun segno di riconoscenza all'Italia che ha permesso la loro formazione, mentre chi rimane è un eroe nazionale perché resta, nonostante e a dispetto di tutto. Dall'altra, l'atroce vicenda di Giulio Regeni evidenzia la totale ignoranza dell'opinione pubblica sulla natura di un dottorato all'estero, una lacuna spia anche di una diversa concezione delle mansioni ed attività accademiche tra l'Italia e l'estero. Paradossalmente, per quanto la qualità della ricerca può essere posta sullo stesso piano valoriale, il ricercatore e la metodologia della quale costui si avvale sono radicalmente differenti nelle università italiane e all'estero. La relazione supervisore-dottorando, per esempio, il nodo centrale che ha dato adito ad ipotesi fantasiose quanto offensive e al limite della deontologia professionale giornalistica, viene interpretata secondo logiche italiane, per le quali il supervisore non ti legge neanche la tesi finale, magari neanche durante la discussione, per cui i rapporti mensili dell'avanzamento della ricerca di Giulio Regeni alla sua supervisor diventano qualcosa di sospetto, in odor di complotto. Il ricercatore italiano all'estero diventa, perciò, una chimera, un mistero assoluto, un prodotto esotico che incrina l'autostima dell'Italia e, in quanto tale, non diviene mai oggetto di riflessioni approfondite sulla natura e gli obiettivi degli atenei italiani, a meno che non si scada in pura demagogia da utilizzare negli scontri politici fra fazioni opposte.
Certamente, non voglio negare che è fortissimamente presente una matrice disfattista, quella che si può sintetizzare con il termine "meritocrazia", della quale l'Italia sarebbe carente, e che spesso si mescola alle proiezioni di un ceto sociale, quello dei docenti universitari italiani che, dopo anni di precariato e di frustrante disconoscimento delle loro capacità, proiettano sulle giovani leve il proprio desiderio di rivalsa, per cui "andare all'estero" diventa parte di una pratica più ampia di riscatto esistenziale, oserei dire. Così come è quanto mai vero che le riforme dell'università italiana vadano sempre più a promuovere un immobilismo che permette a chi ha già una cattedra di radicarsi e a spadroneggiare, a chi è precario di essere sottoposto ad una tirannia per la quale, pur di non perdere la remota possibilità di un avanzamento di carriera, si immola a vita ad una situazione economica drammatica, e che esclude o, quantomeno, scoraggia un riassorbimento della "fuga dei cervelli". Tuttavia, tale fenomeno si sottrae a semplicistiche generalizzazioni: chi parte è anche o solamente desideroso di arricchirsi, di fare nuove esperienze sia personali che professionali. Io, per esempio, decisi di intraprendere un irto cammino all'interno delle università inglesi perché stavo attraversando un periodo piuttosto critico a livello personale e solo con un'esperienza così estraniante e densa come quella del dottorato all'estero riuscivo, o cercavo di farlo, a riappropriarmi di me stessa. Una volta dentro alle logiche inglesi o, più generalmente anglosassoni, sperimentai sulla mia pelle l'adagio di Calvino delle Cosmicomiche: "Capirai quando avrai dimenticato quello che capivi prima". Uscita con il massimo dei voti dall'Alma Mater Studiorum, credevo che la scrittura accademica che impiegavo a quel tempo fosse l'apice di quanto avevo imparato fino ad allora. Mai più sbagliato di così: il dottorato mi ha permesso di capire qual'è il modello presente in tutti gli altri atenei occidentali, una forma mentis che mi ha permesso di sprovincializzarmi e di valorizzare ulteriormente le mie conoscenze. Perché negare tutto questo? Forse perché implicherebbe un radicale ripensamento dell'insegnamento universitario italiano totalmente diverso, se non opposto, al fenomeno di aziendalizzazione che stanno pesantemente conoscendo le università da qualche decennio, qualcosa di dannatamente serio e quindi autocritico?
Con la vicenda di Regeni, si è discusso a lungo della libertà accademica di ricerca: dove sta il confine, per esempio, tra un bel progetto di ricerca e l'apologia del rischio della propria vita? Quali sono le mansioni delle commissioni giudicatrici, dei supervisori? Quale il loro ruolo etico nel rapportarsi con i propri studenti? Come poter indagare una realtà profondamente anti-democratica come quella egiziana e, al contempo, voler difendere l'oggettività ed imparzialità del sapere accademico? Allargherei lo spettro degli interrogativi includendo la domanda: è veramente possibile poter scegliere la propria formazione senza essere costantemente minacciati da un sistema che, come in un universo familistico patriarcale, condanna senza requie l'uscita dall'università italiana? Il rifiuto senza mezzi termini di D'Alessandro della propria cittadinanza italiana evidenzia lo stato di totale schizofrenia nella quale i giovani ricercatori versano oggi. "Perché sei venuta in Inghilterra a fare il dottorato?" era la domanda più frequente che mi veniva posta durante la mia permanenza nel Regno Unito. Una condizione di apolide che, volente o nolente, ti viene appioppata sia nel paese dove fai ricerca, sia in madrepatria. L'accumularsi di tutti questi fatti nelle ultime due settimane è sintomo del fatto che questa condizione non è più sostenibile: per i ricercatori e per l'Italia.
The University of Cambridge - Graduation Ceremony


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