domenica 17 gennaio 2016

Un selfie nella teca

Mentre venivo urtata da frotte di bambini che ascoltavano audio-guide rincorrendo i loro genitori, armati di smartphone o di macchine fotografiche costose per immortalare ogni singolo reperto esposto ad una mostra piuttosto famosa nella città in cui vivo, mi sono chiesta se la fruizione museale sia cambiata in questi ultimi anni. Certamente. Però non so se c'è una certa consapevolezza rispetto a questi cambiamenti. Si pensi alle audio-guide. Da un lato, sono estremamente comode. Qualcun'altro ha già deciso prima di te su quali reperti concentrarsi e in quale ordine visionarli, dandoti una chiave di lettura immediata, senza una tua ricerca autonoma (lettura semplicistica, e quindi negativa). O, almeno, puoi affiancare la tua lettura a quella dei curatori e capire che tipo di taglio hanno voluto dare alle raccolte e avere, in tal modo, una visione stratificata dell'esibizione (lettura positiva). D'altro canto, l'audio-guida ti costringe ad un auto-disciplinamento del tuo corpo, arrivando a volte ad una censura delle proprie spinte "naturali" verso un oggetto, il che spesso è un grosso handicap nell'apprezzamento dell'esperienza museale.
Poi ci sono i telefonini. Questa nuova abitudine è per me deleteria. Frotte di gente che si ammassano tra una sala e l'altra per telefonare, o per farsi selfie, o per controllare le proprie notifiche. In questo modo il ritmo della visita viene spezzato o allungato artificiosamente, tanto che si ha più l'impressione di averla sognata invece di essersi immersi in una dimensione spazio-temporale altra, quella propria dei musei. Quello che mi rende perplessa è che le mostre giocano su questo bisogno del pubblico: punti creati apposta per fare selfie o per visionare determinati aspetti della mostra attraverso il cellulare. In qualche modo, il museo deve adeguarsi alle esigenze del pubblico, e non arrocarsi in una torre d'avorio per i soli specialisti. Però mi chiedo perché incentivare pratiche che, sotto molti aspetti, hanno apportato più aspetti negativi che positivi (come, per esempio, studi sul calo della concentrazione dovuto al compulsare sul cellulare).
Un cambiamento grosso lo trovo anche i bambini. Mi ricordo le mie visite scolastiche ai musei: file abbastanza disciplinate, un certo timore reverenziale ad avvicinarsi agli oggetti. I bambini che ho visto, invece, non hanno alcuna paura a toccare, a comportarsi normalmente come se fossero in un parco invece che in un museo. È vero, il museo deve diventare uno spazio di libera espressione, non un reliquiario. Però è anche vero che, con questi nuovi comportamenti, si va a perdere la dimensione rituale, in qualche modo magica, che rendeva l'andare al museo un'esperienza molto speciale, fuori dal mondo e dalla realtà, in qualche modo.

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