sabato 9 gennaio 2016

De Chirico a Ferrara. Metafisiche e avanguardie. Palazzo dei Diamanti, Ferrara, 14 Novembre 2015-28 Febbraio 2016

Spinta dal romanzo dei Wu Ming, L'invisibile ovunque (recensito in questo blog), ho deciso di visitare la mostra su De Chirico a Ferrara. Devo ammettere che non conoscevo molto della sua opera, in parte perché il mio senso estetico di liceale non si sposava al tempo con la pittura metafisica, in parte perché la mia professoressa di storia dell'arte era fissata (anzi, aveva una vera e propria ossessione) per Dalì, propinandocelo (a me e a pochi altri interessati alla materia, in realtà, dato che ero in una classe di bulli e bulle sfaticati e tutti gli altri aggettivi negativi che vi vengono in mente) in tutte le salse a discapito di altri autori delle avanguardie novecentesche. La mostra si concentra sulla produzione di De Chirico durante il suo ricovero a Villa del Seminario, il centro di cura neurologica (oggi diremo un manicomio elitario). La città estense è molto significativa nella sua poetica, come si può constatare da questo stralcio:
Ferrara è la città delle sorprese; oltre che l'offrire in alcuni punti, come in quella ineffabile piazza ariostea, splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile, che fermano e stupiscono il passante astuto ed educato nei misteri dell'intelligenza, quella città offre il vantaggio di conservare in modo affatto particolare lembi della grande notte medievale; lembi che sussistono ancora misteriosamente, non perché sopravvissuti ruderi innalzino in qualche luogo le loro vetuste mura, teatralmente e romanticamente tenebrose e forati da vani arcuati, ma per un certo senso indefinibile ed inspiegabile che alita sulla città; specie in certi punti, e tiene questi lembi sospesi misteriosamente tra cielo e terra, come vespertili imbalsamati, penzoli sott'il soffitto di un laboratorio d'alchimista.

Giorgio De Chirico "Le Muse inquietanti" (1917)

Ferrara compare come una visione sullo sfondo dei suoi manichini. Ancora più significativamente, il carattere alchemico di Ferrara detta la scelta di De Chirico di costituire una "solitudine dei segni", secondo la quale gli oggetti della quotidianità vengono trasfigurati, componendo un significato che va al di là delle loro mere funzioni pratiche: un paio di pesci vengono quindi a raffigurare l'esoterismo biblico de Il sogno di Tobia, nel quale la facoltà della vista viene riacquistata tramite un unguento ricavato dalle interiora del pesce. Le crocette ferraresi, dolci e biscotti ascritti alla tradizione culinaria ebraico-ferrarese compaiono su piani inclinati, su sezioni geometriche dove le forme vengono scomposte e la figura umana si fa prototipo, manichino, appunto. Una salama da sugo diventa parte di una natura morta. Il confine tra realtà e finzione viene completamente sconquassato, il quadro diventa un'ambientazione realistica, mentre il paesaggio naturale si fa quadro e quindi finzione. Una materia viva, proteiforme che permette un collegamento continuo, un gioco prospettico tra fantasia, percezione, rappresentazione. Non sono un caso, quindi, i riferimenti con il movimento Dada, Dalì prima di tutti, poi Ernst e Magritte, portavoci di un surrealismo nel quale l'elemento onirico diventa parte preponderante. La realtà, quella del primo conflitto mondiale, è spaventosa, allucinante, priva di valori e contenuti, di qui la necessità di costruire un universo parallelo.
Giorgio De Chirico "Il linguaggio del bambino" (1916)

Accanto a quest'apertura di respiro cosmopolita nei confronti delle altre avanguardie, c'è in De Chirico un'attenzione certosina nei confronti dell'oggetto in sé, dell'artefatto, e di come comunichi con il resto degli oggetti che vanno a costituire le sue composizioni. Giustamente, si parla di "realismo magico", una trasfigurazione meno onirica e più esoterica, se vogliamo, nella quale gli oggetti diventano ricettacoli di sapienza, sia da un punto di vista corporale che extracorporale, qualcosa che si avvicina molto all'opera di Merleau-Ponty, all'idea dell'impressione delle cose che lasciano sul corpo del percipiente. Interessante è quindi il nesso con l'opera di Morandi, che sviluppa una propria poetica dall'oggetto ispirato dalle tele di De Chirico. 
Un grosso problema, quello che ha dovuto fronteggiare De Chirico nel corso della sua esistenza, legato alla paternità della pittura metafisica. Troppo sintonica con il vuoto causato dalla Grande Guerra, troppo denso di possibili derive creative per non essere copiato pedissequamente da un Carrà, pronto a rivendicare l'idea di una pittura metafisica, quando, in realtà, esisteva già con Apollinaire. Il temperamento più estroverso e aggressivo di Carrà, come si evince da un'intervista d'epoca della Rai allo psichiatra che aveva in cura i due a Villa del Seminario, giocherà molto nella sensibilità del pubblico del tempo a mettere in secondo piano Giorgio De Chirico. Uno spirito ombroso, contemplativo, poco assimilabile alla protervia dei futuristi. Come Ferrara, un piccolo gioiello ma che continua ad essere fuori dal tempo.
Giorgio De Chirico "I pesci sacri" (1918-1919)

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