sabato 5 dicembre 2015

Marc Augé, Un etnologo al Bistrot

Il titolo italiano richiama quello di un altro testo di Augé, L'etnologo nel metrò. In realtà, il titolo francese rispecchia maggiormente il contenuto, letteralmente: Elogio del bistrot parigino.

La parola bistrot ci dice Augé all'inizio di questo libricino è una parola dall'origine incerta: non si sa se la genitorialità sia da attribuire al russo bistro (presto!) sentita urlare dai cosacchi in transito a Parigi o da una parola propria della Francia del Nord, bistouille, una bevanda alcolica a poco prezzo o un caffé corretto con acquavite, di qui l'eco con il rimestare (touiller). La "bastardaggine" del bistrot rispecchia la natura di questo particolare tipo di locale, assurto a simbolo di Parigi e della Francia (e, non a caso, colpito durante gli attacchi del 13 Novembre): non è un bar, non è un ristorante, non è un pub, ma tutte queste cose insieme. È un prolungamento del proprio salotto di casa, ma è anche un piccolo microcosmo nato dal rinfrangersi della vita di strada. Un punto di ritrovo per gli abitudinari, ma anche per i sognatori, per il flaneur. Il dizionario di francese definisce questo termine come un derivato del verbo flaner, ovvero: 1. Se promener sans but. 2. Perdre son temps; paresser. Un oziare, però, che è proprio dei grandi scrittori, in cerca di bistrot dai quali spiare l'umanità e, possibilmente, ricamarci sopra delle storie. Un buon bistrot, ci dice Augé, è quello che dà l'impressione di essere quasi a casa, una familiarità sfamiliarizzata, l'illusione di poter andarcene altrove pur restando nella comodità casalinga. Un luogo speculare ai nonluoghi, a differenza di quest'ultimi ricchi di storicità, ma anche spazi dell'ambiguità.

Il favoloso mondo di Amelie

Nella brasserie che mi capita di frequentare, ho notato un uomo che si accomodava ogni mattina sempre allo stesso tavolo, in una posizione eccezionale (con vista simultanea sul bancone, la sala e i tavoli all'esterno), approfittando del collegamento del locale con lo spazio cibernetico (Wi-Fi gratuito) per rispondere alla posta o lavorare al suo computer. Ricercatore? Scrittore ispirato? Redattore di relazioni tecniche e confidenziali? Lo ignoro. Vero è che quell'uomo riservato realizza l'ideale di una forma di vita incentrata su una precisa attività in un luogo ben definito, nel quale è compiutamente risolta la convenzione sociale implicita nel bistrot: un cenno al bancone e gli portano il terzo caffè della mattina; quindi, arrivato mezzogiorno, la sua birra traboccante di schiuma insieme con il panino burro e prosciutto, dal quale l'uomo stacca un morso per poi masticarlo lentamente continuando a elaborare la sua prosa mattutina.
Si racconta che Hemingway, quando abitava a Parigi, d'inverno si rifugiasse fin dal mattino in un bistrot -La Closerie, per essere precisi-perché lì stava al caldo. Per lui era qualcosa che rassomigliava a uno spazio chiuso, morbido e talvolta ciarliero e, nel contempo, anche un ufficio in cui lavorare e così pure a un salotto in cui ricevere.  
Cartier-Bresson "Bistrot" (1956)


Augé non è esente da quest'attrattiva del bistrot

Marc Augé

In quello che sembra un Bar Sport in chiave etnologica, Augé ci descrive con minuzia di particolari quella grande scenografia, sia di tipo rituale, sia propria del cinema muto, che è il bistrot. Per quanto riguarda l'aspetto rituale, Augé è molto esplicito in proposito. 
Qual è l'essenza del bistrot? In primo luogo, il bancone e soprattutto quello di zinco, su cui appoggiano i gomiti i clienti abituali, mentre quelli di passaggio, troppo di fretta per sedersi in sala o ai tavoli all'aperto, vi sostano davanti in piedi, un po' più rigidi, meno rilassati. Luogo unico e nevralgico del più semplice bistrot, il bancone funge comunque da centro di gravità anche nei locali più importanti: a contatto della cucina, da cui lo separa una paratia e alla quale lo collega uno sportello, costringe i suoi adepti a voltare le spalle ai clienti seduti in sala-lo sguardo perduto tra il luccichio delle bottiglie di aperitivi e digestivi allineate sugli scaffali. Se non temessi di urtare la sensibilità eccessivamente clericale di qualcuno, quasi mi arrischierei a considerare François [il cameriere/barista], per parte sua, una sorta di officiante che mostra le spalle ai fedeli mentre opera alla macchina del caffè per poi girarsi verso di loro, passando allo spillatore di birra, soltanto al momento di invitarli a comunicarsi sotto le due specie.
Doisneau


Le metafore con il teatro, il cinema muto, la scenografia sono ricorrenti in questo scritto di Augé, ricordando in qualche modo la frame analysis di Goffman, l'idea che gli uomini, in quanto esseri sociali, si attengano a determinate parti, maschere, ruoli, che vogliono trasmettere agli altri. Augé arricchisce di senso quest'analisi del sociologo canadese con la metafora del cinema muto: l'idea che le parole pronunciate all'interno del bistrot siano in realtà solo rumore di sottofondo, per depistare, per celare, coprire le reali intenzioni, che sono però ben intuibili dai gesti, dall'espressione dei volti. Due amanti non urlano ai quattro venti la loro separazione, ma quel modo di pagare e di uscire impacciati, trafelati e nervosi ci fa presagire che i Boh dicano molto di più. I camerieri/baristi restituiscono ancora più esplicitamente la finzione sociale del bistrot. Felici di ricoprire un ruolo che li deresponsabilizza dal resto delle altre preoccupazioni, il loro avvistamento al di fuori del bancone di zinco e del bistrot, è qualcosa di straniante, quasi imbarazzante: al di fuori dei loro rispettivi ruoli, il rapporto con il cliente abituale si trasfigura, tanto che vengono riconosciuti a malapena. 
Come ogni scritto antropologico che si rispetti, questo elogio del bistrot è stratificato, pur nelle sue pagine esili. Abbiamo quindi il bistrot vicino alla casa natale di Augé, bistrot nel quale la sua fantasia di ragazzino vagheggiava una trasgressione rispetto al disprezzo, borghese, dei genitori per il bistrot in quanto locale volgare. Il bistrot della sinistra francese, di stampo universitario, propria della Sorbonne prima, dove si parlava di massimi sistemi addentando un panino al prosciutto e cetrioli magari ascoltando Sartre, 

Sartre


e dell'École des hautes études, dove si creava un prolungamento, un' "appendice" delle aule seminariali, poi. Un ambiente nel quale gli studenti si mischiano con i professori, alla comune ricerca, di sapore socratico, di sapienza. Un bistrot dove Maigret festeggia la conclusione di un caso. Un bistrot che traccia la cartina degli spostamenti dei parigini, paragonati a dei pettirossi (perché, come loro, legano il loro spazio abitativo alla ricerca di fonti di cibo vicine), e degli altri avventori, saltuari come albatros. Il bistrot dei ricordi di Augé, il quale nota con malinconia l'adattamento alle mode contemporanee e il tramontare dei bistrot della sua giovinezza. Suggerirei ad Augé di frequentare le fumetterie parigine, anch'esse qualcosa di unico e difficilmente riproducibile all'esterno di Parigi.
Pagine che mi riportano ai miei soggiorni parigini e alla mia voglia di perdermi nelle luci, nei colori, negli odori e nei sapori.

Doisneau

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