domenica 28 giugno 2015

Umano troppo umano o la collettivizzazione di una ferita

Trovandomi per caso a Zagabria (quelle coincidenze della vita che non programmi e che non decidi tu) ed avendo una mattinata per poterla girare un po', ho lottato fino all'ultimo con l'idea di andare a visitare il Museum of Broken Relationships (ovvero il museo delle "relazioni interrotte"). Lottato prima di tutto con la mia idea di amore in sé e per sé, un misto di allergia e di pesantezza unito ad un atteggiamento piuttosto spartano riguardo a tutto ciò che è sentimentale, di qui la mia risposta lapidaria standard alle domande del parentame rompiscatole: sonoun'intelletualesonosuperioreaquestecosenonmiinteressanoparliamod'altrograzietante. L'amore è un argomento tabù, bisogna starci alla larga e se ne ha paura. Un museo che nasce dai cocci rotti di una relazione non fa che ingigantire e confermare questa paura, per cui che senso ha andarci? Che senso ha perturbarsi con cose dall'alto contenuto tossico? Sarà perché il mio dottorato ha a che fare con i musei (di tutt'altro genere e contenuto, ma di musei pur si tratta), ma alla fine la curiosità ha avuto il sopravvento sulle numerose riserve e scrupoli sull'argomento. Volevo vedere in che misura questo museo ha ricevuto così tanta attenzione mediatica e così tanti riconoscimenti dal settore. Il museo nasce con l'idea di tematizzare il dolore dato dalla separazione e, almeno secondo quanto è scritto sulla didascalia introduttiva, di trasformarlo in qualcosa di creativo e di costruttivo. Di base, quest'idea non sarebbe male, nella misura in cui si intende decostruire la nozione di museo come spazio pubblico e quindi giustificato sulla pratica della res publica: tutto ciò che può elevare il cittadino, renderlo un suddito migliore e maggiormente coeso. Il dolore sentimentale, al contrario, è quanto di più intimistico ci possa essere nella vita di un essere umano, qualcosa che spinge verso la regressione e non verso un salto qualitativamente antropologico nel senso più umanistico e generale del termine. Si risponde a bisogni e a logiche diverse da quello dello stato e della società umana. Il museo diventa quindi qualcosa di diverso da semplice istituzione culturale dello stato: è un luogo catartico, un mettere a nudo qualcosa che è già assolutamente inerme e nudo, ovvero la fragilità esistenziale sottesa alla fine di un amore o, più generalmente, di un attaccamento affettivo.
Passando in rassegna gli oggetti esposti e le storie sentimentali legate ad essi, mi sono resa conto quanto l'operazione museale possa mettere a contatto il visitatore con condizioni e stati d'animo al limite del sacrale, in questo caso la soglia dell'intimità. Spesso ho avvertito un forte disagio nell'avventurarmi negli spazi espositivi: ogni passo in più era una violazione di una vita, una cannibalizzazione ed espropriazione di un'esistenza. Quanto la resa pubblica del museo si sposa con le pruderie e il voyerismo del pubblico? Ma, soprattutto, cosa spinge una persona a donare al museo un oggetto che ha rappresentato molto più di una semplice felpa stinta, di un nano da giardino sbrecciato? Sono sempre rimasta affascinata dal potere del visivo nel ridare vita a coloro i quali sono lontani in senso spazio-temporale: così come una reliquia è, qui ed ora, la reincarnazione fisicamente esperibile del santo morto, così il regalo dell'amato resuscita quest'ultimo, è la metonimia fisica del suo corpo, della sua persona. Lo stesso Marcel Mauss nell'indagare la cerimonia del kula presso i Trobriand sottolineò come il dono contenga lo hau, il nesso magico con il proprietario precedente. Sbarazzarsi dell'oggetto dell'amato è, quindi, sbarazzarsi dell'amato stesso, un modo per chiudere il proprio coinvolgimento emotivo, presentificarlo alla coscienza. Ma perché rendere questo atto visibile all'anonima universalità del pubblico museale?
C'è stato un momento, leggendo il verbale della polizia per uno stupro e il biglietto d'addio di una madre suicida, o guardando il tacco di una dominatrice sessuale, in cui questa motivazione, semmai ce ne sia una formulabile a parole, assolutamente priva di significato. La testa mi prendeva a martellare sempre più forte. Mi trovavo di fronte a degli oggetti che urlavano, che si agitavano, che volevano che prendessi una posizione nei confronti della vicenda. Non assistevo semplicemente ad una collezione di storie: l'alone di sudore nelle suole delle scarpe, i lembi sfilacciati di un peluche tagliato in più parti non erano semplicemente immagini e parole. 



Ho preso parte al dispiegarsi di esistenze passate di corpi (forse) presenti. Sono discesa nel livello più profondo degli scheletri negli armadi degli altri. La morbosità negli occhi dei visitatori è della stessa natura della passione irrazionale che ha portato tormenti e complicazioni in quei corpi che hanno lasciato vivide impronte sugli oggetti. Il visitatore si trova così di fronte a due opposte reazioni: la relativizzazione del proprio dolore come una delle tanti manifestazioni della corrosività dell'amore e la confusione provata nel progressivo sfumarsi dei contorni tra io e tu, tra tu e io. Condividendo visivamente quell'impronta dell'amato, in qualche modo si è partecipi delle stesse emozioni di chi ha deciso di collettivizzare il proprio dolore. Il che ci riporta alla domanda iniziale: perché mettersi nelle condizioni di perturbarsi? Non credo di avere una risposta. Troppe sono le leve inconsce che qui orchestrano una decisione apparentemente semplice come quella di visitare un museo.


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