sabato 21 febbraio 2015

Costruire, frammento di citazione per frammento di citazione, la propria idea di laicita', ateismo, liberta' di espressione


I will argue that, if we want to try to answer contemporary questions concerning the deep diversities and inequalities that have arisen in the context of postcolonial migration, we need to deconstruct the opposition between laïcité and communautarisme, the generic term used in French discourses to denote most versions of multiculturalism and identity politics, often associated with a challenge to equal republican citizenship. Moreover, we also need to deconstruct the underlying opposition between freedom and appurtenance (“belonging”) inherited from the French Enlightenment. To develop an alternative frame, we will need to pay systematic attention to the distribution of power and to minority-majority relations and critically rethink the relation between religion and culture in the sociological concept of secularization that underlies the political-philosophical concept of laïcité.
Jansen, Y. (2006). Laïcité or the Politics of Republican Secularism. In de Vries, H. & Sullivan, L.E. (Eds.) Political Theologies. Public Religions in a Post-Secular World (pp. 475-493). New York: Fordham University Press.

People commonly find the origin of laïcité in the constitution of the Third Republic at the end of the nineteenth century. But secularism has many origins, and I find it useful to begin the story in early modern times. At the end of the sixteenth-century wars of religion, the states of Western Christendom adopted the cuius region eius religio principle (the religion of the ruler is the religion of his subjects). This agreement is part of the genealogy of secularization in that it attempted to resolve particular religious problems by adopting a general political principle at a time when “the core of religion” was coming to be seen as an internal matter. Contrary to what id popularly believed, it was not the modern world that introduced a separation between the religious and the political. A separation was recognized in medieval Christendom, although of course it meant something very different from what it means today. For one thing, it articulated complementary organizing principles. Although in theory distinct, “temporal power” (the monarchy) and “spiritual power” (the church) together embraced the entire realms through a multiplicity of mutually dependent –and sometimes conflicting –personal relations, the medieval idea of the king’s two bodies (the body natural and the body politic, the one Christianized and depersonalized: political status (a new abstraction) could be separated from religious belonging, although that doesn’t mean it was totally unconnected with religion. The dominance of the “political” meant that “religion” could be excluded from its domain or absorbed by it. That in turn presupposed a political concern with identifying religion either in its nominal or adjectival forms. The reading of uncontrolled religion as dangerous passion, dissident identity, or foreign power became part of the nation-state’s performance of sovereignty. Defining religion’s “proper place” while respecting “freedom of conscience” became both possible and necessary.
Put another way: once the state became an abstract, transcendent power, independent of both rulers and ruled (as Hobbes famously theorized it), it was possible to argue about the scope of its national responsibilities towards social life as a whole –the space in which subjects with different (religious) beliefs and commitments live together. It became natural for the state –now seen as an overarching function distinct from the many particular representatives, judges, and other officials who carried out that function –to decide not only who was deserving of (religious) tolerance in that life but what (religious) tolerance was.
[…]

The Muslim identity of the headscarf wearer was crucial to the headscarf’s meaning because the will to display it had to be read from that identity. (Another aspect of its meaning came from equating the will to make the veil appear with “Islamic fundamentalism” or “Islamism”, terms used interchangeably to denote a range of different endorsements of public Islam.) Paradoxically, Republican law thus realizes its universal character through a particular (i.e., female Muslim) identity, that is, a particular psychological internality. However, the mere existence of an internal dimension that is accessible from outside is felicitous for secularism. It opens up the universal prospect of cultivating Republican selves in public schools. At any rate, “the will” itself is not seen but the visible veil points to it as one of its effects.
Asad, T. (2006). Trying to Understand French Secularism. In de Vries, H. & Sullivan, L.E. (Eds.) Political Theologies. Public Religions in a Post-Secular World (pp. 494-526). New York: Fordham University Press.


Immediatamente dopo gli attacchi terroristici abbiamo sentito le solite affermazioni sul fatto che i musulmani sarebbero restii a prendere posizione contro l'estremismo. Mentre ero in casa, a Santa Monica, guardavo le timeline dei miei profili social riempirsi di appelli ai musulmani perché denunciassero la tragedia, nonostante tutti i musulmani lo avessero prontamente fatto. Dalil Boubakeur, il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha condannato l'attacco definendolo «un atto barbaro». Tariq Ramadan, l'influente professore di studi islamici, ha dichiarato: «Non è il Profeta a essere stato vendicato: sono stati piuttosto la nostra religione, i nostri valori e i  nostri princìpi islamici a esser stati traditi». L'Università di al-Azhar, l'Organizzazione della conferenza islamica e la Lega araba hanno tutte condannato l'attacco, analogamente al Consiglio delle relazioni americano-islamiche, al Consiglio musulmano degli affari pubblici, alla Società islamica del Nordamerica e a migliaia di migliaia di comuni cittadini che si sono dissociati su internet. Dubito, tuttavia, che ciò possa essere sufficiente. Nel giro di poche settimane o di pochi mesi sentiremo di nuovo l'esperto di turno chiedere a gran voce che i musulmani prendano posizione contro gli estremisti, secondo un criterio che non viene mai applicato a nessun'altra comunità quando uno dei suoi membri si rende colpevole di un atto violento. [...] Dobbiamo accettare il fatto che non possiamo attraversare la vita senza essere offesi. Dobbiamo accettare il fatto che il diritto di offendere è parte fondamentale della libertà di espressione. Ma dobbiamo anche accettare di prenderci le nostre responsabilità gli uni nei confronti degli altri. Dobbiamo esprimerci chiaramente contro il razzismo, il sessismo e l'intolleranza in tutte le loro forme. Usiamo la ragione, ma cerchiamo di usare anche il cuore.

Laila Lalami


Per capire quanto i fanatismi possano nutrirsi a vicenda, basta guardare quel bellissimo documentario che è Jesus Camp (2006), girato e prodotto da Heidi Ewing e Rachel Grady, in un campeggio estivo evangelico chiamato «Bambini di fuoco» («Kids on Fire») in North Dakota. L'animatrice pentecostale del campeggio, Becky Fisher, un donnone energico, pieno di buoni propositi e inflessibile nelle proprie certezze, si promette di addestrare i futuri «soldati dell'esercito di Dio»: «Dobbiamo imparare dalle scuole del jihad islamico. Come loro formano martiri di Allah, così noi dobbiamo formare i martiri cristiani pronti a dare la vita». «Perché?» chiede la voce fuori campo. «Perché, mi scusi tanto, NOI abbiamo la verità». Perciò per Jesus Camp si è parlato di «madrasa cristiana». D'altronde non si contano più i proclami alla «guerra santa» e allo sterminio degli «infedeli» lanciati da molti telepredicatori Usa. [...] Ora diventa chiaro perché il termine «islamofobia» è insoddisfacente: perché ti fa recitare la parte che ti è imposta, perché, invece di chiarire, confonde ancora di più le acque, fa di tutte le erbe un fascio. Non distingue la narrazione religiosa dalla sottostante dinamica sociale di conflitto e quindi non affronta i problemi determinanti: in primo luogo quelli di mobilità (ascensione) sociale e quindi spaziale. [...] Come è comico che chi ha costruito Guantanamo e ha gestito Abu Ghraib si definisca «paladino dei diritti umani», così fa ridere che per l'Occidente autodefinentesi «il mondo libero» (e «laico») gli alleati pilastri siano due teocrazie, quella dell'Arabia Saudita e quella d'Israele (che tra l'altro hanno tessuto un'indistruttibile rete si coalizione e di reciproca dipendenza). [...] Perciò l'atteggiamento integralista/fondamentalista dipende non dall'oggetto di culto o dalla visione del mondo cui aderisce, ma dall'imperturbabile cecità di fronte alle smentite sperimentali e dall'inalterabile ferocia con cui prosegue per la sua strada, nonostante ogni fallimento. In questo senso, c'è un integralismo che soggiace a tutti gli integralismi religiosi e che spiega perché questi fondamentalismi siano rifioriti negli ultimi trent'anni: ed è l'integralismo del libero mercato. I missionari del mercato credono che se li si lascia fare al moto browniano degli interessi individuali dei miliardi di esseri umani, il gas del benessere sociale giunge a un equilibrio stazionario (e soddisfacente). Chiunque dissenta da loro è un infedele. Poco importa che il mondo contraddica in continuazione le loro profezie, che il mercato si riveli tutto fuorché razionale.

Marco D'Eramo


Uno dei limiti più comuni riscontrabili in seno alla maggior parte delle tradizioni religiose, parlo per esperienza, è rappresentato dalla propensione a prendere troppo sul serio non tanto Dio, quanto la sua codificazione culturale in schemi liturgici e dottrinali, che ne imprigionano la vitalità e fanno della fede il luogo di una rigida staticità. Il dono dell'autoironia, ancor più in seno ai contesti religiosi, è un'autentica rarità: bisognerebbe imparare a coltivarlo al fine di ampliare i propri orizzonti di sensibilità e al (salutare) scopo di conferire alla fede quella leggerezza che contribuirebbe ad arginare l'ultraortodossia e il fondamentalismo quali sue contraffazioni e (speculari) derive. [...] Forse alcuni pii esegeti dimenticano che lo stesso Gesù, stando ai resoconti evangelici, faceva esplicito ricorso a un'ironia dissacrante, al punto che, scorrendo i dati di cui disponiamo in merito al suo processo, possiamo comprovare che l'accusa mossagli fu quella di blasfemia. L'irriverenza fu un tratto distintivo dell'annuncio e -ancor più -della prassi del rabbi di Nazareth: una certa, sanissima sfrontatezza può disturbare soltanto quanti hanno della fede una visione codificata, poco incline a mettere in discussione quello status quo con cui le istituzioni religiose sono legate a doppio filo da un congruo numero di convenienze reciproche. [...] La sensibilità religiosa, difatti, attiene esclusivamente alla sfera privata: la Riforma protestante, specie quella eterodossa di matrice anabattista, ha sempre insistito su questo punto, pagando con un debito di sangue cospicuo il suo tentativo (non riuscito) di rompere l'uniformità della societas christiana in nome della libertà di coscienza. Pertanto, sebbene in Italia la cosa faccia ancora scalpore, non rappresenta in alcun modo una contraddizione il fatto che io, pur essendo pastore valdese, mi professi laico: e la laicità, dal mio punto di vista, è chiamata, al contempo, a tutelare la libertà di espressione e ad arginare le derive che metterebbero a repentaglio quella convivenza civile che sta a fondamento della vita democratica, tra le quali il nazifascismo è annoverabile a pieno titolo. [...] Ciò detto, resto convinto del fatto che tutte le religioni, nessuna esclusa, debbano interiorizzare la laicità come contenuto e come metodo, poiché essa ed essa soltanto può costituire il fondamento comune della vita democratica. Su realtà (perché non si tratta appena di «questioni») quali il diritto all'aborto, il trattamento di fine vita o l'orientamento affettivo e sessuale, una legislazione laica rappresenta l'unica via percorribile per evitare di esporre i cittadini al ricatto messo in atto da quanti vorrebbero asservire l'etica alla religione e ai suoi princìpi: se ciò avvenisse, verrebbe relegata ai margini quella centralità dell'uomo che, invece, deve rappresentare la misura di tutte le scelte afferenti a un ambito così delicato e insondabile.

Alessandro Esposito (pastore valdese)


[...] non mi risulta che un sostegno alle minoranze riformiste del mondo arabo-islamico abbia trovato in questi decenni sponda in Occidente. Difendiamo Odifreddi, ma non Farag Fuda (assassinato), non Abu Zayd (esiliato), non Sayyid al-Qimni (minacciato dai terroristi), non decine e decine di altri illuminati musulmani del rinnovamento. E' tempo di fare gli atei anche in nome loro.

Marco Alloni


Chi decide cosa sia critica e cosa sia offesa? Wojtyla e Ratzinger hanno tuonato in ogni enciclica che l'illuminismo, con la pretesa di rendere l'uomo autos nomos (legislatore di

se stesso, anziché ricevere la legge da Dio), è la causa e la radice dei totalitarismi del
secolo scorso, poiché ha aperto la strada alla pretesa smisurata della sovranità (senza la
quale la democrazia non è neppure pensabile però!) e dunque al baratro del nichilismo di cui nazismo e stalinismo saranno il prodotto. «Dal frutto conoscerete l'albero...» eccetera. Cosa c'è di più insultante per ciascuno di noi? Cosa c'è di più fanatico che imputare lager e gulag a Voltaire e Hume? [...] Non basta. Molti credenti immaginano che gli atei, privi di fede, siano spiritualmente meno ricchi. Se non la pensassero, del resto, non prenderebbero sul serio la fede, che è il dono incommensurabile, poiché ne va della salvezza eterna. Noi atei siamo esistenzialmente menomati, poiché incapaci di attingere il trascendente (anche di questo nelle encicliche si trova traccia). Potrei sentirmi offeso di essere considerato un minorato spirituale, esattamente come un credente può sentirsi offeso nella mia fermissima convinzione che ogni religione sia superstizione [...].
Paolo Flores D'Arcais

[...] il trenino sodomita di Charlie Hebdo, che non è «la più straordinaria sintesi critica dell'assurdità del dogma trinitario», ma una presa per il culo -letteralmente - all'arcivescovo di Parigi e alle sue posizioni contro le famiglie omogenitoriali. E' dunque una vignetta prettamente politica, dove l'attacco al simbolo religioso non è fine a sé stesso, ma perfettamente inserito in una cornice di dissenso all'ingerenza del potere gerarchico ecclesiale nei processi legislativi francesi. Per la redazione di Charlie Hebdo la questione della laicità si sostanziava nell'attacco al potere, non nella vendetta -invero poco appassionante -degli atei contro i fedeli, tantomeno su un presunto «diritto di bestemmia». Se per satira intendiamo un contropotere che castigat ridendo mores, intendiamo un luogo espressivo tutt'altro che irresponsabile. Quella è per me la sola linea di discernimento possibile: se colpisce un bersaglio fragile, non è satira. Se fai vignette contro i rom non fai satira, ma discriminazione. Se disegni contro le donne, i gay o i negri non fai satira, a meno che tu non stia castigando singole donne potenti, gay individualmente influenti o neri la cui negritudine comporti una posizione di dominio.
Michela Murgia

Rispetto alla satira ritengo  che ogni forma di censura sia autolesionistica. Aristofane ha scritto e messo sulla scena, in una realtà urbana face to face parole terribili, insultanti, spesso del tutto esagerate o infondate, non solo nei confronti degli uomini politici del tempo, ma anche di divinità. Esorto alla lettura o rilettura delle Rane. Raffigurazione più insultante di divinità veneratissime come Dioniso, Eracle, Plutone eccetera sarebbe difficile trovare non soltanto nella letteratura di ogni tempo, ma anche negli archivi di Charlie Hebdo. Il pubblico rideva ma non per questo perdeva i propri convincimenti e le proprie inclinazioni religiose. Cleone pensò di reagire agli insulti aristofanei: Cleone è passato alla storia come personaggio discutibile, se non negativo, Aristofane ha trionfato.

Luciano Canfora



Charlie  è la somma di persone molto diverse l'una dall'altra, persone che disegnavano vignette. La natura dei disegni cambiava in funzione del segno dell'autore, del suo stile, del suo passato, politico per alcuni, artistico per altri. Ma questa umiltà e diversità di sguardi non esiste più. Ogni vignetta viene vista come se fosse opera di ognuno di noi. Alla fine dei conti la carica simbolica attuale è proprio il contrario di quello per cui Charlie si è sempre battuto: la distruzione dei simboli, la caduta dei tabù, la messa a nudo dei fantasmi. E' bellissimo che la gente ci sostenga, ma è la negazione del lavoro di Charlie.

Luz






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