martedì 13 gennaio 2015

Satira

'Il mondo è diventato troppo complicato per essere tenuto in ordine.' Gustavo Zagrebelsky
In questi giorni mi sento annientata, in tilt rispetto a pensieri ed emozioni contrastanti. Il silenzio rispetto ai fatti di Parigi era la reazione personale che sentivo più consona e rispettosa, visti anche tutti i commenti e le polemiche dell'opinione pubblica che non hanno fatto altro che evidenziare un odio ed un qualunquismo che albergano già da molto tempo nei fegati della gente, a prescindere dalle stragi, e che basta un minimo pretesto perché esplodano con violenza. Ho pensato però che non fosse giusto per il blog, giusto per me, giusto per chiunque altro, non riaprire bocca, prima o poi. Una matita spezzata deve essere temperata, usata in modo diverso, con una prospettiva diversa per poter continuare ad esprimersi. E' ciò che voglio fare: non nascondere la testa sotto alla sabbia, passare attraverso la nube tossica. Magari ne morrò asfissiata, magari no. In ogni caso, prendere atto di uno strappo e cercare di fare qualcosa senza dimenticarsi, al contempo, di nulla.
Le stragi di Parigi fanno male, molto male, perché colpiscono delle immagini. Non dei simboli materiali, come potevano essere state le Twin Towers, simbolo del capitalismo e del sogno americano, ma dei simboli che attingono dall'immaginario collettivo. Secoli di iconoclastia e di scritti pro o contro le immagini sono qui a dimostrarci quanto un disegno, un dipinto veicolino in sé molto di più dell'aspetto prettamente estetico. In determinate culture visuali, l'immagine è qualcosa di vivo, è il tramite tra ciò che si vede e che si esperisce, e ciò che non si vede e che, per questo, è considerato qualcosa da temere, da riverire o da gestire. L'immagine è strumento e dimostrazione della magia, del potere umano di elaborare sé stesso e la realtà che lo circonda. Scegliere di attaccare un giornale vignettistico è un segno del ruolo giocato dai fumetti, assurti sempre più allo status di letteratura, di nuovo segno espressivo al pari delle cosiddette arti nobili.
La polemica principale che investe il dibattito sulla vicenda è, principalmente, se le immagini veicolate da Charlie Hebdo costituissero satira o, fosse, al contrario pura provocazione per aizzare l'odio tra diverse confessioni religiose, tra fazioni di idee diverse. Il Financial Times, seguendo un po' il pensiero di certi qualunquisti nostrani, ha sostenuto che Charlie Hebdo abbia agito in modo stupido, colpendo la sensibilità dei musulmani e, quindi, raccogliendo una risposta, più o meno, prevedibile dalle frange estremiste. Dall'altro lato, si assiste, invece, ad un'estensione pressoché illimitata di ciò che dovrebbe essere satira e libertà di espressione, al punto che il testo di Houellebecq, per esempio, dove si immagina un futuro 'sottomesso' e 'dominato' interamente dall'Islam, è stato presentato, pur con una certa dose di imbarazzi, da Canal+. Quello che manca, qui, è quindi un'alfabetizzazione rispetto al medesimo concetto di satira, fondamentale per la definizione e la difesa della libertà di espressione. Il caro e vecchio dizionario può divenire un porto sicuro dalle polemiche e dalle accuse di strumentalizzazione. 

satira [vc. dotta, dal lat. satira(m), variante di un ant. satura 'satira, componimento misto di prosa e versi', abbreviazione di satura lanx 'piatto ricolmo, macedonia di frutta e legumi'. V. saturo] s.f. 1 Componimento poetico che critica argutamente le debolezze umane | insieme dei componimenti satirici di un autore, un periodo, una letteratura: la s. di Giovenale; la s. classica; la s. latina. 2. (est.) Discorso, scritto, atteggiamento e sim. che ha più o meno esplicitamente lo scopo di mettere in ridicolo ambienti, concezioni, modi di vivere e sim.: il suo racconto è una s. del mondo artistico; essere portato alla s.; mettere in s.; fare oggetto di s.; la s. dei costumi moderni


E' importante soffermarsi qui sull'immagine del piatto ricolmo, della macedonia. La satira è una prospettiva della vita che non filtra lo spettro di luce, ma vuole rappresentare tutta la gamma dei colori sotto una luce distorta, quella che ci fa comprendere i limiti di noi stessi, ci fa riflettere sulle nostre contraddizioni e sulle nostre paure ed aggressività ataviche. Freud, ne Il motto di spirito, parlava appunto di uno scarico degli impulsi tenuti a bada dal lavorio psichico, rimasti inconsci ma comunque attivi, vigili. Si può quindi dire che la satira sia uno strumento importantissimo di critica sociale e culturale, fatto sta che la prima azione di un regime totalitario è, appunto, l'abolizione della satira, in modo da poter controllare quel medesimo scarico pulsionale ed incanalarlo secondo le proprie finalità. Per tornare a Charlie Hebdo, quello che latita nel dibattito pubblico è la contestualizzazione di questo giornale da un punto di vista storico e culturale. Charlie Hebdo (allora Hara-Kiri), in modo analogo a Il Male in Italia un paio d'anni dopo, nacque negli anni Settanta, in un'epoca in cui la rabbia giovanile rispetto allo status-quo e alle generazioni precedenti si esprimeva attraverso nuove forme espressive, quali la musica demenziale, la tecnica dello straniamento nelle arti figurative, ecc, l'assurdo nella letteratura, allo scopo di colpire bigottismi e pregiudizi socio-politici radicati quali, ad esempio, la condizione della donna e del suo corpo, per dirne una. Charlie Hebdo sopravvisse a quegli anni per poi ricordare in modo più diretto la linea contestataria di estrema sinistra, senza per questo perdere il retaggio dell'espressione parossistica, della battuta dissacrante, della perdita dei confini tra bene e male, ugualmente condannati, secondo logiche assolutamente anarchiche e libertine. Il giornale divenne celebre a livello mondiale per aver deciso di pubblicare le vignette caricaturali di Maometto del quotidiano danese Jyllands-Posten in segno di solidarietà. Bisogna anche aggiungere che quell'attenzione particolare verso i fondamentalismi e gli estremismi religiosi ha un significato ulteriore in un paese come la Francia, caratterizzata da una politica di assimilazione e di laicizzazione estrema (vedesi tutte le accesissime polemiche nate sui tentativi di proibire il velo nelle scuole francesi), che spiegano, tra l'altro, il successo di film come Giù al nord, Niente da dichiarare e simili. In essi, i pregiudizi da una parte all'altra delle 'fazioni confliggienti' vengono presentati in modo salace ed esplicito, un'operazione che ha senso in un contesto come quello francese e che, non a caso, si trova snaturata nelle riproduzioni cinematografiche italiane come Benvenuti al nord, ecc., proprio perché in Italia non vi è una sovrastruttura politica al livello di quella francese, quanto piuttosto una fragile idea della convivenza che poggia su una secolarizzazione dei principi etici cattolici. Il Je Suis Charlie, quindi, assolutamente doveroso come sostegno ad un attacco efferato ed inconcepibile proprio perché frattura un intero universo simbolico dato dal potere intrinseco delle immagini, dovrebbe essere compreso all'interno di questa cornice esplicativa.
Quello che mi preoccupa delle manifestazioni solidali globali è la crescente costruzione di una retorica giocata sullo 'scontro tra civiltà'. E' indubbiamente vero che la libertà d'espressione sia uno dei principi cardine di una democrazia, ma che quest'ultima diventi, come ho avuto modo di leggere in dichiarazioni di politici e pensatori occidentali, la cifra della 'cultura europea' rischia di tramutarsi in una discriminazione senza appelli tra 'culture superiori' e 'culture inferiori'. Un altro, fondamentale, ed altrettanto, se non ancora maggiormente, preoccupante segnale è la tendenza, specie di certe formazioni politiche destrorse, di vedere nei fatti di Parigi una separazione inscindibile tra un presunto Occidente (quando in realtà, come si è visto, l'Europa e l'Occidente tutto, più generalmente, è costituito da realtà molto diverse tra loro, sfumature difficilmente conciliabili o comparabili) ed un feroce, belluino Islam, come se gli attentatori rappresentassero una parte per il tutto di un universo estremamente eterogeneo come quello islamico, sfaccettato dalle diverse interpretazioni date al Corano, oltre che dal fatto che solo un certo margine di fedeli abbia una conoscenza dell'arabo classico per poter interpretare autonomamente i contenuti del Corano. Vi è quindi un'evidente forma di vittimizzazione dell'Occidente, quanto mai deleteria in quest'epoca storica. Rispetto a questo, consiglio la lettura di un'analisi molto accurata e lucidissima di Wu Ming 1 del vittimismo nel caso italiano.
Quello che la vittimizzazione dell'Occidente come innocente ed immacolato dispensatore di democrazia e civiltà comporta è il non permettere un'analisi utile allo stesso 'Occidente' nel curare le sue ferite interne. Mi spiego meglio. Il fatto che accadano regolarmente questi attentati terroristici è il sintomo di una politica imperialistica e predatoria, che vede nell'Occidente l'unico depositario della verità e della giustizia, intese come concetti unici, puri ed incontestabili, che devono essere esportate ed inculcate alla 'parte meno sviluppata' del mondo, vedesi le guerre statunitensi in Iraq, vedesi le misure prese nei confronti dei migranti. Da una parte l'Occidente quale esempio unico ed inscalfibile di cultura, dall'altro tutto il resto che vi si deve adeguare. Con questo non sto denigrando le strutture politiche e culturali occidentali, al contrario. Una democrazia, nata dalla riflessione illuminista, a sua volta costruitasi attorno al principio del relativismo culturale, dovrebbe, in quanto tale, non pensarsi come un'entità inflessibile una volta che dialoga con l'esterno. Lo smacco più grande che l'attacco a Charlie Hebdo ha dimostrato è appunto la fragilità dell'identità della democrazia occidentale, più volte messa in discussione da misure politiche che escludono un reale clima di accettazione della diversità. Altrimenti si avranno in misura sempre più crescente sacche di popolazione che vive ai margini, che si sente esclusa e che, di conseguenza, riversa la propria rabbia in modo distruttivo ed auto-distruttivo. Mi hanno colpito le parole di uno dei due attentatori a Charlie Hebdo, Cherif Kouachi, nei due minuti di conversazione telefonica con un giornalista di  Bfmtv alla stamperia di Dammartin-en-Goele:
'Aspetta Cherif, avete ucciso questa mattina? Non siamo killer. Siamo difensori del profeta. Noi non ammazziamo donne, non ammazziamo nessuno. Noi difendiamo il profeta. Se qualcuno offende il profeta allora non c'è problema, possiamo ucciderlo. Ma noi non uccidiamo donne. Non come voi. Siete voi che uccidete i bambini dei musulmani in Iraq, Siria e Afghanistan. Siete voi. Non noi. Nell'Islam noi abbiamo codici d'onore' 
A parte la caratterizzazione dell'Islam che fa lo stesso gioco, seppur rovesciato, dell'islamofobia, quello che colpisce è una rabbia cieca, per niente risolta, rispetto alle guerre scoppiate come conseguenza dell'attentato dell'11 Settembre. Una democrazia, proprio in quanto tale, non dovrebbe reagire all'odio con altro odio, con altra violenza, la quale, come un cancro, si estende a macchia d'olio senza che nessuno o nulla riesca a fermarla. Una democrazia dovrebbe interrogarsi sul perché certe frange sociali si sentano alienate, respinte, sul perché una cronaca giornalistica sarebbe più importante di un'altra, vedi le stragi di Boko Haram passate completamente in secondo piano rispetto alla copertura mediatica data ai fatti di Parigi. 
'Una risata vi seppellirà'. Quello che è morto in tutto questo è una concezione antropologica dell'uomo che deve ritrovare un senso ed un nuovo terreno, al di là della pertinenza maggiore o minore delle vignette di Charlie Hebdo. Il mio pensiero ora va ad Ahmed, il poliziotto francese di fede islamica, ucciso mentre cercava, con altri, di difendere la libertà d'espressione pur, probabilmente, non condividendo i contenuti di Charlie Hebdo. La satira, così come la realtà, è fatta di sfumature e dovrebbe essere compito degli uomini e dei governi essere capaci di captarle.

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