venerdì 28 febbraio 2014

Letterale vendetta

Mi trovo in una nota città turistica del centro Italia. Sono qui già da un po', e ho appena concluso un lavoro abbastanza impegnativo. Da due giorno non faccio altro che incontrare persone, ora ho voglia di starmene un po' per conto mio. Per cui a un certo punto saluto tutti e me ne vado, adducendo come scusa che il mattino dopo devo partire molto presto (dico una cosa vera, casomai qualcuno m'incontrasse in treno, ma non ne dico un'altra altrettanto vera, e cioè che io al mattino mi alzo sempre molto presto. E' la sera che crollo di stanchezza e vado in astinenza da cibo: in un mondo diversamente sregolato me ne andrei a mangiare alle sette).
Mi resta giusto il tempo per fare due passi in centro e poi infilarmi in un ristorante.
Ho in testa il ricordo di una buona trattoria con specialità di pesce, dove sono stata con un'amica qualche settimana fa. Punto direttamente lì: non ho prenotato, ma sono appena le otto meno un quarto e siamo in bassa stagione, è gennaio e fa molto freddo.
Il ristorante è ancora vuoto, chiedo se posso mangiare e mi indicano un piccolo tavolo stretto in un angolo della saletta sul retro, per il resto interamente occupata da una tavola apparecchiata per un gruppo di almeno venti persone.
Provo a sentire se possono darmi un altro posto, più appartato e tranquillo, ma no, mi dicono, niente da fare, è tutto riservato. Mi maledico per non aver telefonato, di solito lo faccio, ma tant'è, sono stanca, ho solo voglia di mangiare qualcosa di buono, tornare in albergo, fare un bel bagno e andare a dormire. E dunque mi siedo.
Poco dopo comincia ad arrivare altra gente, perlopiù coppie. Con ogni evidenza, neanche loro hanno prenotato, me ne accorgo da come si rivolgono al cameriere, eppure vengono fatti sedere ai tavoli migliori. Non mi ci vuole molto per capire cosa è successo, è un classico anche se raramente avviene in modo così sfacciato: al ristoratore, vedendomi entrare, dev'essere scattata l'equazione donna sola=pasto dietetico+acqua minerale, che si traduce senza appello nell'assegnazione di un tavolo sfigato.
Me la prendo ancora una volta con me stessa, ormai dovrei saperlo che non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità degli uomini di sottovalutare le donne. E così mi arrabbio, ma non so cosa fare. Potrei alzarmi e andarmene, ma non ho nessuna voglia di rimettermi in strada. Di litigare o discutere non se ne parla. Essere aggressiva mi affatica, e poi so per esperienza che mai e poi mai conviene accapigliarsi con un ristoratore prima di aver mangiato e pagato il conto.
Però non mi va proprio di fargliela passare liscia, l'arroganza maschile disturba la digestione. Di colpo, mi viene in mente cosa fare.
Appena arriva il cameriere, un giovane alle prima armi con il menu in mano, chiedo di avere la lista dei vini. Mentre va a prenderla, sfilo dalla borsa un taccuino moleskine e una penna, indosso un'aria assorta e grave, e con una certa ostentazione, comincio ad appuntare qualcosa.
Dopo un attimo richiamo il giovane cameriere, che nel frattempo mi ha portato la lista, e inizio a fargli qualche domanda su vini e vitigni- Non ne sa nulla, lo sospettavo e ci contavo, così va a chiamare il suo capo.
Faccio un'altra pausa ad effetto (o, almeno, faccio il possibile per farla sembrare tale), aggrotto leggermente le sopracciglia, prendo un altro appunto e aspetto il titolare.
(In passato ho frequentato un critico gastronomico. A dire il vero, io lo frequentavo prima che lo diventasse, nè ho idea di come si comporti ora quando è all'opera, ma questo ha scarsa importanza: qualcosa deve pur avermelo trasmesso il mio amico, mentre si allenava a diventare se stesso)-
Arriva il ristoratore e proseguo nella recita. Alla fine, con aria un po' annoiata, ordino una caraffa del vino della casa, bisogna pur provare i prodotti locali... (e contenere il conto, penso e non dico). Imbastisco qualcosa di simile sul pescato, ci infilo una battuta sul fermo pesca salvo che non si può mangiare il tonno rosso). Con mia grande soddisfazione, a quel punto l'oste è palesemente in imbarazzo. Farfuglia mezze frasi sui clienti che prenotano e non sono mai in orario, mi serve personalmente per l'intera durata della cena, chiede più volte se tutto è di mio gradimento, alla fine mi fa pure uno sconto.
Pago ed esco con la consapevolezza di avergli sensibilmente abbassato, almeno per un paio d'ore, il tasso di testosterone e con la speranza, di sicuro mal riposta, che alla prossima cliente riserverà un trattamento migliore di quello che ha riservato a me.

Maria Perosino, Io viaggio da sola



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